Il circo politico di Pep Marchegiani

Circo ItagliaEsistono libri che arrivano al momento giusto, non solo perché per certi versi incarnano il proprio tempo, ma anche e soprattutto perché di quel tempo contengono il contravveleno. È il caso del Circo Itaglia di Pep Marchegiani (NEO Edizioni), artista neo-pop dotato di una vis politica e satirica di notevole intensità.

Un libro apparentemente tutto da ridere, giacché vi sfila una galleria di personaggi dell’affollato mondo della politica italiana, tutti truccati da pagliacci – siamo al circo, appunto – e ciascuno dotato del proprio “numero”, ossia una frase, spesso memorabile nella sua idiozia, che li inchioda per sempre. In realtà, queste figure multicolori, tratteggiate con uno stile che sta a metà tra quello della vignetta satirica e quello del cartellone pubblicitario, non provocano affatto il riso (in fondo sono clown tristi) e al massimo strappano appena un sorriso, giacché dietro quei colori sgargianti si scorge una profonda miseria. La miseria morale di quel circo, accanto alla miseria materiale che quel circo medesimo produce, cioè l’Itaglia, come la chiama l’artista. Continua a leggere

Caillois, o del fantastico architettonico

https://i0.wp.com/www.edizionidipassaggio.it/libri/67/copertina%20Parigi%20Un%20apprendistato.jpgDurante la lettura del primo dei testi raccolti in Parigi, un apprendistato – intitolato Piccola guida del xv arrondissement –, mi è spesso venuta la curiosità di vedere, sia pure in maniera assai mediata, i luoghi descritti nel testo. Ma il fido Google Maps stavolta non è stato di nessun aiuto: come spiega lo stesso Caillois, quel territorio parigino ha subito una radicale trasformazione e oggi ospita architetture apparentemente meno fantastiche di quelle di svariati decenni fa, eppure non meno disorientanti. «Le vieux Paris n’est plus», lo sappiamo da molto tempo, come sappiamo che «la forme d’une ville / Change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel». Continua a leggere

Un classico di duemila anni fa

https://i2.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/57/Papyrus_75a.gifIn quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

Luca 2, 1-10

Questo passo parla ai lettori da circa venti secoli. Insomma, è un classico. E cos’è allora che ce lo fa rileggere? Nella celebre scena della natività non c’è nulla di complicato, il cielo (l’angelo) e la terra (i pastori) entrano in contatto direttamente, senza mediazioni. C’è la storia (Cesare Augusto) mescolata al quotidiano (la mangiatoia), il gesto umano (la donna che avvolge in fasce il neonato) e la potenza del divino (l’apparizione dell’esercito celeste). Continua a leggere

26 settembre 1940

Esther Suriñach

Fino a poco tempo fa, siccome i binari iberici sono più larghi del resto d’Europa, chi voleva conoscere il mondo oltre i Pirenei in treno (o viceversa), a un certo punto doveva per forza trasbordare.

Gli spagnoli del centro e del nord passavano da Irun. Noi catalani, levantini e meridionali scendevamo a Portbou, superavamo un controllo passaporti che non esiste più e che ti accelerava il cuore come fossi un contrabbandiere e poi dovevamo attendere un treno SNCF, infinitamente più moderno ed evoluto. E al rientro, sole e vigneti che ti accoglievano di nuovo a casa. Continua a leggere

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità empatica. Dieci righe (e poi smettere)

Allora, dicevo che quest’idea di letteratura connessa al giudizio estetico e all’artisticità trovo che sia troppo stretta. E preferirei allargarla, al grande sacrosanto territorio delle fantasticazioni, dove non ci sono criteri formali o candidature, giudizi d’esame e promozioni, ma lo scrivere sia un fatto come il parlare; qualcuno a un certo punto piglia la parola e parla, e lo può fare per tante ragioni, anche di egocentrismo, di esibizione, di riscatto, ma anche bisogno di espiare i propri peccati e confessare, o tirare il bilancio di una vita intera;

Questo, ahinoi, è quello che accade oggi davvero molto, troppo spesso.

Riprendiamo, così, il discorso già articolato sul sublime concetto di gusto, e sull’altrettanto discusso statuto ontologico: letteratura sì/letteratura no, sempre in voga tra i novelli dandies del mercato editoriale (corrivo).

Continua a leggere