La poesia ininterrotta di Vincenzo Ostuni

Quando in un testo compare la Natura (con tanto di iniziale maiuscola) «stronza pazza […] e non madre e neppure matrigna (sarebbe quasi lo stesso)», com’è ovvio viene subito in mente Leopardi. Certo, si potrebbe pensare a una parodia, se non fosse che questo verso è scritto da un poeta decisamente lontano da intenti parodistici com’è Vincenzo Ostuni. In questo Faldone Zerotrentanove, terza tappa su carta di quel progetto sostanzialmente infinito che si chiama, appunto, Faldone (il sottotitolo del volume – edito da Nino Aragno nella bella collana «i domani» – è Estratti 2007-2010, I) sembra definirsi ulteriormente il vero carattere dello scrivere di Ostuni, un carattere che lo colloca in una linea di poesia cogitante, o addirittura gnomica, senz’altro dotata di una nobile tradizione nella nostra letteratura, ma comunque minoritaria. Continua a leggere

Un Faldone, un dialogo

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Francesca Fiorletta: La scrittura di Vincenzo Ostuni ha un andamento che definirei duplice.
Da una parte, leggendolo, sembra di assistere a un vero e proprio dialogo, fisicamente rappresentato, a uno scambio continuo e vitalistico, che genera e dal quale si genera la sua più intima e connaturata poetica. Processo che si può chiaramente riscontrare proprio sulla pagina stessa, questo, grazie all’uso mai lesinato delle parentesi tonde, delle virgolette tipiche del discorso diretto, ovviamente dell’utilizzo stretto del tu referenziale. D’altro canto, però, l’interlocutore di Ostuni non sembra esistere realmente come un autentico altro da sé. Mi spiego: intanto, non appare quasi mai dotato di un pensiero identitario proprio, bensì parla (e agisce?) solo ed esclusivamente in funzione avversativa e antifrastica, complementare e/o satellitare, di volta in volta, all’io forte dell’autore stesso, risultandone così a tratti uno specchio, a tratti un vero e proprio spauracchio (notturno, onirico, burocratico, infrastrutturale, testuale, ecc.).

Massimiliano Manganelli: E infatti il pronome personale che campeggia in questi testi è chiaramente relazionale, perché fondato su una dialettica io-tu. È sì un io, ma un io che si invera solamente nel rapporto con l’«altrità», come la chiama Ostuni, ed è portatore di un’esperienza molteplice. Mi sembra soprattutto un io interrogante, che osserva continuamente il mondo, lo sonda, lo classifica e cerca di conferirgli un ordine, sia pure provvisorio e assunto ironicamente. Questo è forse il tratto più evidente e significativo della scrittura di Ostuni, ossia il suo andamento pressoché saggistico, nel senso etimologico del termine: una scrittura che saggia la realtà. Quali antecedenti di questa poesia si evocano spesso dei nomi quasi ovvi (Pagliarani o Sanguineti), soprattutto per la forma del verso, ed è sicuramente un’indicazione corretta, tuttavia io sono incline ad ascriverla a una linea che si potrebbe definire noetica. È, diciamola tutta, una poesia saggistico-filosofica. Continua a leggere