Dall’ideologia come vita di Pasolini alle vite dismembrate dell’essere

Alda Teodorani, Gramsci in cenere. Dal rosso al nulla, Stampa Alternativa

Sbaglierebbe, a mio avviso, chi si fermasse alla superficiale, etimologicamente intendendo l’aggettivo, impressione che il romanzo sembra sottendere: il racconto di una disillusione.

Sbaglierebbe ancora chi si soffermasse nella caducità ideologica che il titolo suggerisce: il dispiegarsi del senso della storia verso la propria fine.

Credo ci sia altro. Continua a leggere

Dialoghetto sul romanzo

Qualche giorno fa, una persona a me molto cara mi ha chiesto: «Ma perché non ti piacciono i romanzi?»

«Ma no, figurati!», ho risposto. «Certo che mi piacciono. Magari posso averti dato questa impressione, perché spesso mi capita di fare certe tirate feroci contro dei titoli alla moda. Vedi, il romanzo che io detesto è il romanzo editoriale, il prodotto industriale fatto in serie, quello tutto trama, anzi con la trama che torna sempre, in cui tutto si incastra alla perfezione, in cui tutto torna. Per esempio i noir, i gialli, quella roba lì, insomma».

«Sì, certo, orribile», ha detto lei. Continua a leggere

C’è della letteratura nei paraggi!

Va detto subito: La biblioteca di Gould (L’Orma) è un libro curioso, per capirlo basta prenderlo in mano e sfogliarlo con una certa attenzione. Ma oltre alla sua costitutiva bizzarria, si comprende anche altro, ossia che senza una trama romanzesca completamente imperniata sui “fatti” si possono costruire bei libri, tutti da assaporare (e questo rappresenta un autentico godimento). La ricetta di Bernard Quiriny – trentacinquenne scrittore belga – è nella sostanza piuttosto elementare: un po’ di Borges, un po’ di Calvino, tanta ironia, qualche trovata intelligente, e il gioco è fatto. Continua a leggere

Sofia, comunque

cover_sofiaE sapevo della porta che Sofia chiudeva senza salutare perché odiava quel momento, i saluti andando via, gli abbracci, la cerimonia di ogni separazione: preferiva pensare che fosse sempre come andare di là, nell’altra stanza, assentarsi per poco. Poi quando tornava non faceva altro che proseguire il discorso del giorno prima. Per quello le bastava il suo comunque. Diceva: «Comunque, Pietro, sulle navi pirata le donne non erano ammesse, e nemmeno i ragazzini se è per questo, e sai perché? Perché mettevano gli uomini uno contro l’altro». Oppure: «Comunque, gli occhi sono dei bugiardi schifosi. È il frigo lo specchio dell’anima».

Questo è decisamente il libro dei comunque. Dieci capitoli, dieci rapide e vibranti narrazioni, dieci scorci sul dolore, sull’assenza, sul bisogno paralizzante di contatto umano, sull’ossessione maniacale della famiglia, sul mal d’amore e sull’amore malato, sviscerato, moltiplicato, esasperato in tutte le sue forme. Continua a leggere

L’ultimo ballo di Charlot

2943-3«Queste ultime ore le voglio passare con te.

Ci sono così tante cose che devo dirti.

Mi sono vestito di tutto punto, come una volta, ho truccato gli occhi di ombretto nero e aperto di nuovo la scatola dei baffi finti: se non li metto nel modo giusto, è finita.

Ora ti scrivo da questo piccolo tavolo di legno di bosso, in un angolo della mia stanza. Sono convinto che sui tavoli piccoli, non ingombranti, le idee restino raccolte e non si debba inseguirle lungo il muro, come le lucertole o i gechi, così basta allungare il braccio e prenderle per la coda.»

Questa è la storia di una lettera, una lettera che un uomo in punto di morte scrive al suo ultimo, giovanissimo figlio, per confidarsi con lui, raccontargli tutte le sue più intime esperienze del passato, e sperare così di prendere congedo dalla sua famiglia nel modo migliore possibile, dimostrando tutto l’amore paterno che ha nutrito in vita e che continuerà a nutrire sempre, anche quando sarà definitivamente calata la notte. Continua a leggere

La cognizione della scrittura

Carlo_Emilio_Gadda

Prendo in prestito un passaggio de La cognizione del dolore, in cui Carlo Emilio Gadda analizza magistralmente l’altalena psicotica e emotiva a cui è soggetto, nella gran parte dei casi, lo scrittore tipo.

Sapeva, sapeva.

Ciò non ostante gli piaceva talora di fantasticare: e si lasciava fare come una carezza, da chi? da chi? se non dalla vana luce d’un pensiero, labile come raggio d’autunno.

Immaginava che qualche sodalizio gli avrebbe regalato un piccolo orologio, da polso, visto che nessuna donna ci aveva pensato, mai: nessuna donna? la mamma, la povera mamma. Fantasticava che la patria maradagalese lo incuorasse a perfezionare quel suo scarabocchio di romanzo:

e te molesta incita
di poner fine al Giorno
per cui, cercato, a lo stranier ti addita. Continua a leggere

La marcatura della regina

marcaturaMi punge. Lo sento. Mi punge. L’ho presa. Tiro su e il sangue è una scintilla. Lo sento. Mi accendo. Poi spingo. Mi punge di più. Mi lacera. Mi penetra. Nelle vene. Mi irrora. Mi infiamma. E non mi serve più. Ora non mi serve più. Sono libera. Lo sono. Lo sono.

La marcatura della regina (per le Edizioni Socrates, Roma 2012) è il romanzo d’esordio di Giovanni Di Giamberardino, romano classe 1984, già autore, fra le altre cose, di brillanti soggetti per fiction televisive.

E infatti proprio la visione, per così dire, cinematografica, sequenziale, fratta di passaggi zoomati e di riverberi cromatici altri, si evince perfettamente nello stile narrativo di questo giovane alla soglia dei trent’anni che, quasi senza apparenti pretese, riesce a descrivere magistralmente lo stupro fisico e mentale generato dalla tossicodipendenza, e lo fa nelle sole prime quattro, cinque pagine del libro. Continua a leggere