Il paziente crede di essere

timthumb.phpPubblichiamo tre testi di Marco Giovenale, tratti da Il paziente crede di essere, Gorilla Sapiens Edizioni, 2016.
Buona lettura.

Fila

Di fronte al luogo del furto, con l’accoltellato in terra, si è formata ressa, ora una fila discreta.

Spontaneamente. Alcune decine di persone. Dimostrano attenzione, sono in fila per venire derubate e uccise

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Lettere di Andrea Inglese

ingleseCara Reinserzione Culturale del Disoccupato,
tu non favelli mai, non prendi mai una posizione, probabilmente non sei nemmeno una donna, nonostante l’appellativo femminile che è stato scelto per te; in ultima analisi, a tutti gli effetti, si può ben dire che tu non esista.

Esiste invece, e vale assolutamente la pena di leggerlo, questo libro superbo di Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, edito nel 2013 da Italic Pequod. Ed è un libro che, per esistere, ha scelto una doppia e strana veste.

Duplice è innanzi tutto la sua forma: la prima parte, più lunga e articolata, consta di 17 lettere scritte appunto all’indirizzo di questa fantomatica Reinserzione Culturale del Disoccupato, che è un’entità pressoché mitologica, sebbene risulti al lettore quale composita e orgogliosa raffigurazione di una mitologia tutt’altro che antica, anzi modernissima, attuale quant’altre mai nella perfetta incarnazione della crisi economica che attanaglia il mondo del lavoro, oltre che specchio implacabile della crisi per così dire intimista che corrode il già fragile regno delle relazioni umane e sentimentali. Continua a leggere

Il paesaggio della parola: Alessandro Broggi

IMG_20131110_163249Nel gennaio 2009 Alessandro Broggi pubblica nuovo paesaggio italiano, per Arcipelago Edizioni, il nono libro della collana ChapBook, diretta da Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti.

La sensazione è quella di trovarsi in una camera oscura, con le pareti tappezzate di negativi, di volti e luoghi da sviluppare, frammenti temporali di più o meno lucida esistenza che l’autore definisce: nuove situazioni.

Ogni pagina del libro si compone dunque, principalmente, di immagini, spesso accomunabili le une con le altre, più spesso ancora sovrapponibili, in perfetta contrapposizione dialogica, seguendo una girandola testuale di ossimorica tensione ragionativa oltre che di perfetta resa del reale vivere quotidiano.

Voci di donne e di uomini che si raccontano attraverso spaccati di esperienze, più o meno dolorose, comunicando con un linguaggio netto, trasparente, ironicamente votato alla banalità. Continua a leggere

Un Faldone, un dialogo

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Francesca Fiorletta: La scrittura di Vincenzo Ostuni ha un andamento che definirei duplice.
Da una parte, leggendolo, sembra di assistere a un vero e proprio dialogo, fisicamente rappresentato, a uno scambio continuo e vitalistico, che genera e dal quale si genera la sua più intima e connaturata poetica. Processo che si può chiaramente riscontrare proprio sulla pagina stessa, questo, grazie all’uso mai lesinato delle parentesi tonde, delle virgolette tipiche del discorso diretto, ovviamente dell’utilizzo stretto del tu referenziale. D’altro canto, però, l’interlocutore di Ostuni non sembra esistere realmente come un autentico altro da sé. Mi spiego: intanto, non appare quasi mai dotato di un pensiero identitario proprio, bensì parla (e agisce?) solo ed esclusivamente in funzione avversativa e antifrastica, complementare e/o satellitare, di volta in volta, all’io forte dell’autore stesso, risultandone così a tratti uno specchio, a tratti un vero e proprio spauracchio (notturno, onirico, burocratico, infrastrutturale, testuale, ecc.).

Massimiliano Manganelli: E infatti il pronome personale che campeggia in questi testi è chiaramente relazionale, perché fondato su una dialettica io-tu. È sì un io, ma un io che si invera solamente nel rapporto con l’«altrità», come la chiama Ostuni, ed è portatore di un’esperienza molteplice. Mi sembra soprattutto un io interrogante, che osserva continuamente il mondo, lo sonda, lo classifica e cerca di conferirgli un ordine, sia pure provvisorio e assunto ironicamente. Questo è forse il tratto più evidente e significativo della scrittura di Ostuni, ossia il suo andamento pressoché saggistico, nel senso etimologico del termine: una scrittura che saggia la realtà. Quali antecedenti di questa poesia si evocano spesso dei nomi quasi ovvi (Pagliarani o Sanguineti), soprattutto per la forma del verso, ed è sicuramente un’indicazione corretta, tuttavia io sono incline ad ascriverla a una linea che si potrebbe definire noetica. È, diciamola tutta, una poesia saggistico-filosofica. Continua a leggere