Happy Bloomsday!

PoldyQuest’anno, noi lettori italiani abbiamo almeno due motivi per festeggiare il Bloomsday. Due, infatti, sono le nuove traduzioni dell’Ulisse pubblicate negli ultimi mesi: quella di Enrico Terrinoni (per Newton Compton) e quella di Gianni Celati (Einaudi).

Ma l’Ulisse ha trovato i suoi lettori oppure li sta ancora cercando? Per lo meno per quel che riguarda il secolo passato, nessuna opera come quel «libro di un proletario autodidatta» (parole di Virginia Woolf) ha prodotto un cambio di orizzonte così radicale, per dirla con Jauss. Continua a leggere

Bêtise

Chiedo scusa ai lettori che troveranno, nella stessa pagina, il nome di un grande intellettuale dell’oggi a fianco di un “uomo inutile” di ieri.

Paulo Coelho:

«Uno dei libri che ha causato male all’umanità è stato l’Ulisse di Joyce, che è soltanto stile. Non c’è nulla, lì dentro».

Umberto Eco Jean-Claude Carrière:

«La bêtise è un modo di gestire con orgoglio e costanza la stupidità».

Pericolo Joyce

«dobbiamo ancora imparare ad essere contemporanei di Joyce»

Così scriveva Richard Ellmann, all’inizio del suo imponente lavoro biografico, ormai più di cinquant’anni fa.

E si ha davvero quest’impressione, ancora oggi, rileggendo le opere capitali del celeberrimo autore irlandese, dal Finnegans Wake del 1939 al Ritratto dell’artista da giovane del 1916, dall’Ulisse, pubblicato nel 1922 ma tutto ambientato nel 1904, alla raccolta di racconti Gente di Dublino, datata 1914.

È passato quasi un secolo, dunque, e la scrittura di Joyce continua ad apparirci emblematica e pericolosa.

Continuiamo a leggerlo con una sorta di timore reverenziale, ben lontani perfino dal temerario vezzo dell’emulazione.

Una folta schiera di critici e studiosi sembra quasi voler racchiudere il suo intero percorso artistico in una teca da esposizione, talvolta addirittura innalzandolo su una sorta di altare votivo.

E per onorarne la grandezza, come accade ogni anno in varie parti del mondo, il 16 giugno scorso si è celebrato il Bloomsday, la commemorazione, assolutamente laica, che prende il nome proprio da uno dei personaggi più significativi del panorama letterario novecentesco: Leopold Bloom, appunto, il protagonista incontrastato dell’Ulisse.

Cos’è, allora, che rende così innovativa e spaesante la sua pure molto complessa produzione artistica?

Che cos’è che continua ad appassionare milioni di lettori, intenti nel difficile compito di decifrare i suoi scritti, pure decisamente ostici e meticolosamente stranianti?

L’opera di Joyce, oggi ancora esemplare, affonda le sue radici nella profondità dell’esperienza umana, e allo stesso tempo se ne separa, seguendo l’intento non di rappresentare o di descrivere ma di «ricreare la vita dalla vita» attraverso una voce narrativa distaccata o attraverso l’utilizzo di molteplici voci polifoniche appartenenti a una singola coscienza.

Da questo punto nodale prende il via la riflessione di Federico Sabatini, che ha curato e tradotto la bella raccolta Scrivere pericolosamente. Riflessioni su vita, arte e letteratura di James Joyce (Minimumfax, 2011).

Il libro entra subito in medias res, articolandosi in un’interessante panoramica critica che ripercorre le tappe fondamentali dell’opera del maestro dublinese, che così ben conosciamo.

Il meticoloso studio sul linguaggio e il conseguente utilizzo della «parola-valigia», termine unico in grado di racchiudere una molteplicità di significati consustanziali, viene condotto di pari passo all’analisi del registro stilistico dell’autore stesso, sempre fortemente in bilico tra Pathos e Bathos, preservando l’alternanza tipologica tra il momento espressivo del sublime e la più bassa colloquialità.

L’introduzione, molto dettagliata, con puntuali rimandi alle varie influenze joyciane sugli autori più moderni, come ad esempio Philip K. Dick, coglie bene anche l’attimo esemplare della scoperta epifanica, altro fondamentale topos, in cui la dialettica dell’esperienza sensibile e della salda riflessione intellettuale paiono d’un tratto annullarsi e compenetrarsi al contempo.

Proseguendo poi nella lettura del testo originale, troviamo due distinte sezioni.

La prima parte, leggermente più ricca, raccoglie citazioni, lettere private e appunti dello stesso autore in merito alla costruzione specifica dell’opera d’arte, soffermandosi sull’utilizzo dei diversi linguaggi espressivi e approfondendo la caratura politica e sociale che sempre sa recare con sé una scrittura veramente autocosciente.

La seconda parte, ancora ben concepita, tende a spostare il fuoco dell’attenzione sulla magmatica figura dello scrittore artista e sui costanti dubbi connessi alla complicata e mai paga ricerca letteraria, nonché sul confronto interpersonale con quelli che sono stati i suoi affetti più sinceri.

Viene da chiedersi, d’impulso: quanti scrittori, oggi, potrebbero disporre di un simile materiale che li riguardi?

Alla fine del libro, infatti, si resta con la stessa impressione che aveva già magistralmente sintetizzato Derek Attridge, nell’Introduzione al suo Joyce in Progress (Cambridge Scholars Press, 2009):

«Joyce continua a sembrare un contemporaneo che non abbiamo ancora assimilato in pieno».

Passaggi dublinesi

Ho letto Ulysses per la prima volta quasi trent’anni fa, complice un esame di Letterature Comparate che ricordo ancora con struggimento. Era la prima volta che mi trovavo davanti a un testo tale da avere a corredo un intero volume di note. La traduzione di de Angelis, con l’introduzione di Melchiori. Erano tempi di esami collettivi, e collettivo era lo studio e la preparazione. Fu così che quel libro divenne per un periodo pane comune, masticato a fatica, tra bestemmie e acclamazioni, in lunghi pomeriggi goliardici. Ricordo il tutto come un vortice, una sorta di intossicazione benefica; gli stessi sintomi di un innamoramento, uno dei tanti, allora.

Lo riprendo in questi giorni, per la terza volta nella mia vita, dalle mani di mio figlio, che ha lasciato la prima e unica “orecchia” a pagina 3. (Con il mio permesso. Adoro le “orecchie”.) Continua a leggere