Semplice è difficile

Questa mattina sono entrata in un bar, per ristorarmi un poco dalla canicola del luglio romano.

Tra i pasticcini da asporto e le chicche calcistiche al bancone, la mia attenzione è stata velocemente catturata da due uomini sulla sessantina, compassati, in maniche di camicia.

Uno diceva all’altro: «Ho appena finito di rileggere quel romanzo di Camus, Lo straniero. L’ho trovato di una semplicità estrema, elementare.»

L’altro annuiva, compiaciuto, e finiva di mescolare lo zucchero nel caffè. Continua a leggere

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità empatica. Dieci righe (e poi smettere)

Allora, dicevo che quest’idea di letteratura connessa al giudizio estetico e all’artisticità trovo che sia troppo stretta. E preferirei allargarla, al grande sacrosanto territorio delle fantasticazioni, dove non ci sono criteri formali o candidature, giudizi d’esame e promozioni, ma lo scrivere sia un fatto come il parlare; qualcuno a un certo punto piglia la parola e parla, e lo può fare per tante ragioni, anche di egocentrismo, di esibizione, di riscatto, ma anche bisogno di espiare i propri peccati e confessare, o tirare il bilancio di una vita intera;

Questo, ahinoi, è quello che accade oggi davvero molto, troppo spesso.

Riprendiamo, così, il discorso già articolato sul sublime concetto di gusto, e sull’altrettanto discusso statuto ontologico: letteratura sì/letteratura no, sempre in voga tra i novelli dandies del mercato editoriale (corrivo).

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