Propositi per l’anno nuovo

5propositix2015Che cosa leggerò nell’anno appena iniziato ancora (almeno in parte) non lo so, però credo di sapere che cosa non leggerò:

  • la silloge poetica del metaforista selvaggio, quello che sente la necessità di esprimersi;
  • il libro di autofiction a imitazione di Carrère;
  • il romanzo in cui tutto si incastra alla perfezione;
  • il poeta di ricerca che scrive tale e quale a un altro poeta di ricerca;
  • i post dello scrittore che, in buona sostanza, racconta il mondo dalla prospettiva del proprio spioncino;
  • l’autore di robetta da supermercato in cerca di riconoscimenti letterari, che pensa di acquisire passando per un invito a Fahrenheit; Continua a leggere

Precarie vie di fuga. Un taccuino

thumb_1265733902lasciare_libere_vie_fugaL’aula è calda sul serio. Mi si gonfiano le dita, a molla, aerostatiche.

«Te l’abbiamo preparata», dice l’inserviente alla donnetta sui tacchi che percorre tutto il corridoio, lenta, dietro di me.

«Te l’abbiamo preparata apposta, è bella calda».

La donnetta biascica qualcosa come un ringraziamento forzoso, come una constatazione amichevole che sì, in effetti si gela, di fuori.

Di sicuro adesso si staranno gonfiando le dita anche a lei. Non la vedo, però, non ho voglia di voltarmi per guardare i suoi tacchi marroni squadrati e le sue mani bianche da papera e l’espressione compiaciuta che certamente le si sarà appena disegnata sul viso, mentre a distanza di sicurezza, io sempre davanti e lei sempre a un passo, superiamo ancheggiando l’inserviente e ci tuffiamo nel caldo torrido dell’aula H. Continua a leggere

La fiera dell’editoria sembra Facebook

6569_bigEccoci qua, altro giro altra corsa, signore e signori.

L’undicesima edizione della Fiera della Piccola e Media Editoria di Roma si apre sotto gli stessi (migliori) auspici dei dieci anni precedenti, a rassicurare subito i pur numerosi presenti che la famelica bolla editoriale resta sempre viva e vegeta, e lotta ancora insieme a noi. O almeno ci prova.

Fuori dal palazzo dei Congressi dell’Eur regna sovrano un clima polare di vento forte, pioggia fitta e pause sigaretta quanto più celeri possibile, a scongiurare il rischio attivo della polmonite fulminante; dentro al palazzone, invece, la rassicurante temperatura equatoriale, fitta di ventole senza vento e fari al neon pronti a illuminare Saturno, diventa stantia subito dopo la prima mezz’ora di permanenza. Dove sono e che cosa ci faccio qui. Continua a leggere

Narratori degli Anni Zero. Un dialogo

Francesca Fiorletta:  Andrea Cortellessa, nell’introduzione all’antologia Narratori degli Anni Zero (Edizioni Ponte Sisto), affronta il delicato problema dell’editoria in prosa e dell'”orizzonte d’attesa” del pubblico dei lettori, sostenendo che oggi si assiste a una «mercatocrazia» assai diffusa e generalizzata, che, a ben vedere, risulta invalidante per tutte le forme narrative ibride e di sperimentazione linguistica, pure oggi ancora molto interessanti. Il tutto, mestamente, in favore del beneamato romanzo nelle sue forme più classiche.

Massimiliano Manganelli: Sì, direi che il problema è proprio il romanzo, cioè il suo statuto. Per romanzo oggi si intende quasi esclusivamente una narrazione lineare, ben definita, possibilmente classificabile entro un determinato genere. Un’idea povera, insomma. Continua a leggere

Essere un corsista oggi

Quello del corsista, oggi, è diventato un passatempo a tutti gli effetti.Un passatempo assai duro, per la verità.Vediamo perché.

Essere un corsista, oggi, vuol dire innanzi tutto disporre di una buona quantità di tempo libero, talmente buona da volerne (e poterne) impiegare una certa parte svolgendo quelle tipiche attività che si usano definire, in modo abbastanza ingenuo, culturalmente e socialmente stimolanti.

In più, com’è ovvio, nella maggior parte dei casi, un corsista è il solito individuo maniacalmente precario, senza un lavoro remunerato, senza delle reali prospettive di crescita professionale, senza la benché minima certezza paradigmatica del domani.

“Che ne sarà di me?”

Un corsista, inoltre, va detto, è quasi sempre un soggetto benestante, o comunque non un cittadino completamente disagiato di questo mondo. Ragion per cui può permettersi di sostenere delle spese anche ingenti, il più delle volte assolutamente fuori formato, nettamente sproporzionate, in media, rispetto alla qualità e alla serietà intellettuale con cui vengono sovente organizzati questi suddetti corsi. Continua a leggere

Grandi ustionati lettori

Eh, hai ragione, gli direi, che i lettori bisogna trattarli bene, che in fin dei conti i lettori han sempre ragione, i lettori, Hai proprio ragione, gli direi al lettore, è ben strano, questo fatto che invece di parlar dell’ustione mi metto a parlare dell’editoria, gli direi. Che poi, tra l’altro, dell’editoria ne parlano tutti chi vuoi che gli interessino, i miei casi editoriali, e non parliamo poi di quella storia strampalata della gallina fischiona, hai ragione, gli direi al lettore. Pensa invece quante cose sorprendenti potrei dire dell’ustione, gli direi, che la stragrande maggioranza dei lettori non si sono mai ustionati, hai proprio ragione, gli direi.

Ecco l’ultima, recentissima ristampa, per la Marcos y Marcos, di Grandi Ustionati, romanzo di Paolo Nori pubblicato per la prima volta nel 2001, ma sempre di molto attuale e indiscutibilmente piacevole lettura. Continua a leggere

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità empatica. Dieci righe (e poi smettere)

Allora, dicevo che quest’idea di letteratura connessa al giudizio estetico e all’artisticità trovo che sia troppo stretta. E preferirei allargarla, al grande sacrosanto territorio delle fantasticazioni, dove non ci sono criteri formali o candidature, giudizi d’esame e promozioni, ma lo scrivere sia un fatto come il parlare; qualcuno a un certo punto piglia la parola e parla, e lo può fare per tante ragioni, anche di egocentrismo, di esibizione, di riscatto, ma anche bisogno di espiare i propri peccati e confessare, o tirare il bilancio di una vita intera;

Questo, ahinoi, è quello che accade oggi davvero molto, troppo spesso.

Riprendiamo, così, il discorso già articolato sul sublime concetto di gusto, e sull’altrettanto discusso statuto ontologico: letteratura sì/letteratura no, sempre in voga tra i novelli dandies del mercato editoriale (corrivo).

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L’Essere e la Categoria

I ragazzi non valutano un libro. Essi dividono i libri in categorie. Ci sono libri di sesso, libri di guerra, western, libri di viaggio, di fantascienza. Un ragazzo accetterà qualsiasi cosa provenga da una sezione che conosce, piuttosto che arrischiarsi a provare qualcos’altro. Ha bisogno di un’etichetta sulla bottiglia per sapere che il contenuto è il medesimo. Bisogna mettere la sua storia poliziesca in un tascabile verde, se non vogliamo che patisca lo strazio di leggere un romanzo in cui non c’è neanche un morto ammazzato. Penso a quelli che se la cavano senza lode e senza infamia, l’amabile maggioranza di noi, non particolarmente intelligenti o dotati; volenterosi, ma lasciati ad arrabattarsi tra una massa di fatti che risultano indigesti da elaborare, con i loro brandelli di tecnologia commerciabile. Quali possibilità ha la letteratura di competere con le categorie di intrattenimento preconfezionato che vengono offerte loro a ogni ora del giorno? Non vedo come la lettura possa essere per loro altro che semplice e ripetitiva, un tappabuchi per quando non c’è nessun western in tivù. Faranno una vita molto meno rozza dei loro avi del diciannovesimo secolo, senza dubbio. Crederanno meno e avranno meno paura. Ma così come la moneta cattiva scaccia la buona, la cultura inferiore scaccia quella superiore. Se ogni capacità di giudicare il valore è viziata o non viene sviluppata, quale futuro di massa c’è per la poesia, per le belle lettere, per la vera intrepidezza del teatro, per la narrativa che cerca di guardare la vita con occhi nuovi – in una parola, per l’intransigenza?

Così, William Golding, quasi mezzo secolo fa, s’interrogava sulla possibile sopravvivenza dell’arte e della cultura nella società del futuro.

Oggi, ormai entrati appieno nel ventunesimo secolo, queste stesse domande si svelano, ahinoi, di stringente fondatezza e attualità.

Seppure ben lungi dal voler salire in cattedra per bacchettare le abitudini letterarie (o meglio, molto spesso para-letterarie) che ancora conserva il fruitore-medio della media-cultura italiana, risulta tuttavia difficile non focalizzarsi sui macroscopici errori che, nello specifico, la macchina editoriale contemporanea sembra perpetrare reiteratamente, a discapito di una forse più sana e responsabile educazione intellettuale e artistica del lettore, che sia egli più o meno avveduto.

Da un lato, infatti, è lo stesso frequentatore occasionale di biblioteche e librerie a mancare di vero spirito d’iniziativa, accontentandosi – quando non addirittura ricercando egli stesso, in primis – di omologarsi a un’etichetta (o “fascetta” che dir si voglia) che garantisca la qualità e il pregio dell’oggetto libro che si intende acquistare. Pregio, ça va sans dire, più pubblicitario che artistico in senso stretto.

E dunque, ecco l’autobiografia del presentatore televisivo più in voga, finemente impacchettata sullo scaffale di destra; ecco la cronaca del sanguinoso omicidio familiare da prima pagina, ben preconfezionata in alto a sinistra; ecco, immancabile, la colonna informe delle scritture fantasy, che invade pressoché interamente il settore dedicato alla letteratura per ragazzi. Perché si sa, a tutti i ragazzi piace il fantasy. È uno status symbol, una certezza di auto-appartenenza, una patente di gusto.

Questo, in effetti, l’altro risvolto della medaglia: la delicatissima e sempre spinosa questione del gusto.

Se le case editrici cavalcano l’onda del marketing e, com’è d’uopo che sia, concentrano i loro sforzi propagandistici su quei materiali che si presume incontreranno il favore di un largo pubblico di acquirenti, il fantomatico lettore-medio sembra lasciato, nei casi peggiori, completamente allo sbando.

Interamente preda degli insistenti slogan mediatici e oltremodo catturato dal packaging più accattivante, il nostro lettore di oggi pare abbia perso il benché minimo senso critico, seppure mai lo avesse acquisito in precedenza.

Ma qui il discorso inizia a farsi lungo e complesso: entrano in ballo le strutture deputate all’insegnamento e alla preparazione intellettuale e civile del singolo individuo, senza dimenticare i vetero retaggi culturali, che hanno secolarmente preteso di fondare quelle certissime, immutabili e benemerite categorie del gusto, appunto, che ancora indirizzano e dis-orientano le scelte dei lettori di oggi.

Leggere per categorie equivale, per gravità, a non saper leggere affatto. Si tratti di un prodotto editoriale o dell’andamento complessivo di tutta la nostra società.