Carta vince / carta perde

ebook_vs_libroÈ scritto: gli italiani preferiscono la carta.

In un momento in cui la pratica dell’ebook è in netta ascesa (secondo gli ultimi dati dell’Associazione Italiana Editori: +1%, con un fatturato di 12,6 milioni di euro e più 43mila titoli), la fascinazione mai estinta per il bel libro cartaceo sembra restare un caposaldo della memoria emotiva degli italiani, anche fra i più giovani.

Belle lettere, appunto, si diceva una volta. E lo spirito sembra essere proprio quello dell’antiquario, del filologo, del collezionista di oggetti preziosi e gradevoli ai sensi. Continua a leggere

La nota biografica

Ancora notizie dal «Corriere della Sera».
Edoardo Camurri ha scritto un bell’articolo riguardo le biografie degli autori che possiamo leggere in quarta di copertina, come paratesto-plustesto dei loro stessi libri, spesso non parimenti interessanti e di valore.
Quel che importa, qui, non è tanto citare nome o episodio specifici, bensì ragionare più schiettamente su quanta rilevanza sia arrivata ad assumere, oggi, la costruzione di un personaggio autoriale ben prima che attanziale, e soprattutto quanto questa costruzione, potremmo dire romanzesca, contribuisca realmente a incrementare o depauperare l’ordinativo e le vendite editoriali effettive.

In altri termini: se la silloge poetica sia stata scritta dallo sbarbatello piacente di turno o dalla signorotta attempata con gravi carenze economiche e affettive, se il romanzo d’esordio sia frutto del genio di un autore venuto dai paesi dell’Est o piuttosto dell’estro vitalistico del garzone del pane di quartiere, quanto tutto ciò può realmente fare la differenza, sul listino dei rendiconti delle vendite? Continua a leggere

Serial (killer)

Qualche giorno fa, sul «Corriere della Sera», è apparso un interessante articolo di Ivan Cotroneo: Il sottile piacere della serialità.

Cotroneo analizza principalmente il linguaggio delle fiction televisive, per anni considerate quasi una sorta di cinema di serie B, latrici di un impianto narrativo facilitato e poco incline a catturare l’interesse reale del pubblico degli spettatori, considerati essenzialmente distratti e comunque poco propensi a fruire in maniera continuativa del mezzo tv.

Proprio a causa di questa presunta disattenzione facilona, la fiction è sembrata per anni non tener molto conto dello sviluppo narrativo delle singole vicende, via via reinterpretate sullo schermo in produzione seriale, bensì più incline alla creazione di una sorta di avatar, tipologie umane immediatamente riconoscibili e ben caratterizzate, a far da surrogato di realtà quotidiana per famiglie. Continua a leggere

Trionfano le idee al posto dei numeri. (Variazioni sul tema)

Bastano i numeri, per tutto. Ci sono le elezioni (per la politica) le aste (per l’arte) le classifiche (per la letteratura). Nessuno, oggi, si pone i problemi del perché scrivere e di come scrivere. Sono cambiati i tempi e anche le ragioni della scrittura. Il cavalier Marino, nel Seicento, diceva che lo scopo del poeta è stupire: chi non sapeva stupire, secondo lui doveva cambiare mestiere. Oggi lo scopo dello scrittore, come quello del politico, è entrare nel paradiso dei numeri.

Così Sebastiano Vassalli, dalle pagine del «Corriere della Sera», analizza uno dei fenomeni, a suo avviso, più preoccupanti della nostra contemporaneità, sia dal punto di vista letterario che sul versante sociale e umano in toto.

E lo fa, senza giri di parole, in un articolo dal titolo esemplare: Trionfano i numeri al posto delle idee. Continua a leggere

Ed è subito critica

«Dal commento di una lettrice su Amazon».

Tanto è bastato per sollevare l’ultima, orgogliosa reprimenda del vittimismo cultural-mediatico, certo, rimasta poi sopita nel circoletto intransigente degli addetti ai lavori della nostra bella letteratura contemporanea.

Sette parole virgolettate, ed è subito critica.

Sette parole, invero, stampate a scopo promozionale sulla quarta di copertina di Rosa candida (Einaudi), il terzo romanzo della scrittrice islandese Audur Ava Olafsdottir.

Filippo La Porta, sulle pagine del «Corriere della Sera» di qualche giorno fa, non ha mancato di sottolineare l’accaduto con una noticina a suo modo non priva di enfasi.

È la fine della critica, o almeno di qualsiasi pretesa di autorevolezza e prestigio della critica tradizionale. Quello che certifica socialmente la qualità di un romanzo non è il parere di un critico letterario, di un «esperto» – figura ormai obsoleta, verso la quale anzi si tende a nutrire una certa diffidenza (anche i critici infatti sono una casta incline a autoriprodursi, con i propri privilegi e poteri, usano un gergo corporativo) -, ma il commento estemporaneo in Rete dell’uomo qualunque, commento che soprattutto ha l’aria di essere molto viscerale e che viene formulato in modo enfatico, irresistibilmente ingenuo («un libro più grande della vita…»). Continua a leggere