Appunti su “La grande anitra” di Andrea Inglese

«Siamo dentro un’anatra cotta
come Giona nel ventre della balena ma è un’anitra cotta
io Minnie e il guardiano notturno»

Comincia così La grande anitra (Oèdipus) di Andrea Inglese. Un libro davvero degenere, nel senso che non si preoccupa di collocarsi in maniera precisa tra prosa e verso, tra saggio e narrazione. È scrittura, semplicemente. Che cos’è dunque l’anitra del titolo? Forse «il solito dispositivo globalizzato», forse un universo distopico, forse semplicemente un rimando a Pinocchio e alla sua immersione nel ventre di tutt’altro animale (peraltro nominato nel secondo verso citato). Continua a leggere

Lettere di Andrea Inglese

ingleseCara Reinserzione Culturale del Disoccupato,
tu non favelli mai, non prendi mai una posizione, probabilmente non sei nemmeno una donna, nonostante l’appellativo femminile che è stato scelto per te; in ultima analisi, a tutti gli effetti, si può ben dire che tu non esista.

Esiste invece, e vale assolutamente la pena di leggerlo, questo libro superbo di Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, edito nel 2013 da Italic Pequod. Ed è un libro che, per esistere, ha scelto una doppia e strana veste.

Duplice è innanzi tutto la sua forma: la prima parte, più lunga e articolata, consta di 17 lettere scritte appunto all’indirizzo di questa fantomatica Reinserzione Culturale del Disoccupato, che è un’entità pressoché mitologica, sebbene risulti al lettore quale composita e orgogliosa raffigurazione di una mitologia tutt’altro che antica, anzi modernissima, attuale quant’altre mai nella perfetta incarnazione della crisi economica che attanaglia il mondo del lavoro, oltre che specchio implacabile della crisi per così dire intimista che corrode il già fragile regno delle relazioni umane e sentimentali. Continua a leggere

EX.IT – Terza giornata

Nella sessione conclusiva, Andrea Inglese ha evidenziato la dialettica tra vuoto e pieno, corpo e mente, assenza e presenza, con incessanti richiami testuali al bisogno di prossimità e contatto. La medesima esigenza si rintraccia nell’interazione tra il testo scritto da Michele Zaffarano e il video realizzato da Barbara Ferretti, in cui le ramificazioni di un bosco innevato si configurano come forte allegoria comunicativa.

Quella del bosco è un’immagine che accomuna molti dei materiali visti e ascoltati in questi giorni e, nella scrittura di Elisa Davoglio, arriva addirittura ad attestarsi quale perfetto luogo di fuga, in cui smarrirsi, nascondersi e riappropriarsi di un senso.

Altro dato che lega Elisa Davoglio ad autori diversissimi come Éric Suchère e Fabio Teti è il puro e semplice atto del mostrare, oggetto del quale possono essere i materiali più disparati: il funzionamento della memoria, il procedimento di costruzione del testo, una scena d’impatto cinematografico e così via.

Presto le conclusioni.

Un Faldone, un dialogo

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Francesca Fiorletta: La scrittura di Vincenzo Ostuni ha un andamento che definirei duplice.
Da una parte, leggendolo, sembra di assistere a un vero e proprio dialogo, fisicamente rappresentato, a uno scambio continuo e vitalistico, che genera e dal quale si genera la sua più intima e connaturata poetica. Processo che si può chiaramente riscontrare proprio sulla pagina stessa, questo, grazie all’uso mai lesinato delle parentesi tonde, delle virgolette tipiche del discorso diretto, ovviamente dell’utilizzo stretto del tu referenziale. D’altro canto, però, l’interlocutore di Ostuni non sembra esistere realmente come un autentico altro da sé. Mi spiego: intanto, non appare quasi mai dotato di un pensiero identitario proprio, bensì parla (e agisce?) solo ed esclusivamente in funzione avversativa e antifrastica, complementare e/o satellitare, di volta in volta, all’io forte dell’autore stesso, risultandone così a tratti uno specchio, a tratti un vero e proprio spauracchio (notturno, onirico, burocratico, infrastrutturale, testuale, ecc.).

Massimiliano Manganelli: E infatti il pronome personale che campeggia in questi testi è chiaramente relazionale, perché fondato su una dialettica io-tu. È sì un io, ma un io che si invera solamente nel rapporto con l’«altrità», come la chiama Ostuni, ed è portatore di un’esperienza molteplice. Mi sembra soprattutto un io interrogante, che osserva continuamente il mondo, lo sonda, lo classifica e cerca di conferirgli un ordine, sia pure provvisorio e assunto ironicamente. Questo è forse il tratto più evidente e significativo della scrittura di Ostuni, ossia il suo andamento pressoché saggistico, nel senso etimologico del termine: una scrittura che saggia la realtà. Quali antecedenti di questa poesia si evocano spesso dei nomi quasi ovvi (Pagliarani o Sanguineti), soprattutto per la forma del verso, ed è sicuramente un’indicazione corretta, tuttavia io sono incline ad ascriverla a una linea che si potrebbe definire noetica. È, diciamola tutta, una poesia saggistico-filosofica. Continua a leggere

Commiato da Andromeda

In quella voce l’amore, la stanchezza, un tremore infantile, una rabbia fredda, tutto si prepara, una turbolenza.

Vincitore del Premio Ciampi, edito dalla casa editrice Valigie Rosse nel 2011, il Commiato da Andromeda di Andrea Inglese è un libro delicatissimo e struggente, modulato su un apparato testuale continuamente cangiante e supportato da una struttura lessicale molto colta e attenta, mai slabbrata, sempre puntuale e profonda.

Inglese racconta quindi di un commiato invero molto personale, di un distacco sempre molto doloroso, ossia della fine di una storia d’amore lunga, tormentata e molto complessa nel suo continuo articolarsi; una storia che fu amara e illusoria insieme, e che riverbera tutta la sua contingente irrazionalità negli strascichi pesanti che lascia, e nelle riflessioni a latere che pure ciascuno suole compiere, d’abitudine, trovandosi a fronteggiare un abbandono. Continua a leggere