Dall’ideologia come vita di Pasolini alle vite dismembrate dell’essere

Alda Teodorani, Gramsci in cenere. Dal rosso al nulla, Stampa Alternativa

Sbaglierebbe, a mio avviso, chi si fermasse alla superficiale, etimologicamente intendendo l’aggettivo, impressione che il romanzo sembra sottendere: il racconto di una disillusione.

Sbaglierebbe ancora chi si soffermasse nella caducità ideologica che il titolo suggerisce: il dispiegarsi del senso della storia verso la propria fine.

Credo ci sia altro. Continua a leggere

La scena interiore di Marcel Cohen

Ci sono libri piccoli, ma assai potenti, che, nonostante l’economia di mezzi con la quale sono scritti, possiedono una grande forza. È il caso del libro di Marcel Cohen, La scena interiore, pubblicato da Ponte alle Grazie e tradotto da Michele Zaffarano. Ultima tappa di una serie intitolata Faits, il testo non fa che accumulare sulla pagina dei fatti, appunto (questo peraltro il sottotitolo dell’edizione italiana) riguardanti la famiglia dell’autore, pressoché interamente deportata ad Auschwitz nel 1943. Continua a leggere

La poesia ininterrotta di Vincenzo Ostuni

Quando in un testo compare la Natura (con tanto di iniziale maiuscola) «stronza pazza […] e non madre e neppure matrigna (sarebbe quasi lo stesso)», com’è ovvio viene subito in mente Leopardi. Certo, si potrebbe pensare a una parodia, se non fosse che questo verso è scritto da un poeta decisamente lontano da intenti parodistici com’è Vincenzo Ostuni. In questo Faldone Zerotrentanove, terza tappa su carta di quel progetto sostanzialmente infinito che si chiama, appunto, Faldone (il sottotitolo del volume – edito da Nino Aragno nella bella collana «i domani» – è Estratti 2007-2010, I) sembra definirsi ulteriormente il vero carattere dello scrivere di Ostuni, un carattere che lo colloca in una linea di poesia cogitante, o addirittura gnomica, senz’altro dotata di una nobile tradizione nella nostra letteratura, ma comunque minoritaria. Continua a leggere

Appunti su “La grande anitra” di Andrea Inglese

«Siamo dentro un’anatra cotta
come Giona nel ventre della balena ma è un’anitra cotta
io Minnie e il guardiano notturno»

Comincia così La grande anitra (Oèdipus) di Andrea Inglese. Un libro davvero degenere, nel senso che non si preoccupa di collocarsi in maniera precisa tra prosa e verso, tra saggio e narrazione. È scrittura, semplicemente. Che cos’è dunque l’anitra del titolo? Forse «il solito dispositivo globalizzato», forse un universo distopico, forse semplicemente un rimando a Pinocchio e alla sua immersione nel ventre di tutt’altro animale (peraltro nominato nel secondo verso citato). Continua a leggere

E la metrica? Breve nota su “Il giovane favoloso”

Molte delle cose che penso del film di Martone dedicato a Leopardi, Il giovane favoloso – film in buona sostanza né brutto né bello –, le ha già dette giorni fa Luca Illetterati in una recensione, intitolata giustamente Leopardi didascalico, perciò non vale davvero la pena ripeterle.

Aggiungo solo un piccolo appunto: è mai possibile che non si riesca a interpretare l’Infinito (ma naturalmente anche La ginestra) senza quel tono enfaticamente tragico-patetico? È mai possibile che Elio Germano e Mario Martone non abbiano saputo darci di meglio rispetto a un Albertazzi qualunque? Continua a leggere

“In ambienti insalubri”. Cartongesso, Maino

mainocartongesso

“Questo è il paese delle cose che stanno morendo. No. Questo è il paese dei corpi. Un paese pieno di corpi. Corpi che si svegliano morti, escono morti di casa, tornano morti; corpi che parcheggiano, scendono, sputano, corpi che si salutano, sbadigliano, bestemmiano sempre, fatturano. Corpi camminanti che hanno rapporti automatici con altri corpi camminanti.”

Questo è il libro d’esordio di Francesco Maino, trevigiano classe 1972, vincitore del Premio Calvino 2013. Cartongesso, edito quest’anno da Einaudi, è un piccolo capolavoro d’invettiva, letteraria e non solo; è un cristallo purissimo di riflessioni fluide e malessere fisico incancrenito, incrostato, solidificato sulla pagina grazie a un lessico pungente e infaticabile, stratificato come dentro le quattro mura della squallida casa in cui vive il protagonista, l’avvocato prossimo al fallimento Michele Tessari, e dentro le quattro mura del tribunale in cui la sua miseranda carriera tende a stento a dipanarsi, giorno dopo giorno, orrore dopo orrore, accatastando noia nuova sulla stessa identica noia del giorno precedente, insieme allo schifo e al ribrezzo crescente per un impassibile futuro a venire. Continua a leggere