Maleterre

IMG_6152 mario giacomelliI camion vanno e vengono, da giorni; vanno, vengono, scaricano. Terra giallastra e fine, che al primo colpo di vento si solleva in nuvole di polvere dall’odore acre. Fino a qualche tempo prima proprio lì, lungo il greto del piccolo canale di irrigazione, andavano parallele due file di pioppi, barbagli di metallo ad ogni brezza, d’estate, lampi d’alluminio e verde cupo. In una sola notte qualcuno li aveva abbattuti e se li era portati via, miserabile bottino, che neanche a far legna. Ma tant’è.

Sull’orizzonte spoglio ora sfilano le sagome nerobrunite dei camion, ruote doppie a stritolare tarassachi e malve superstiti, una nebulosa giallastra a velare il tutto di un color epatico.  Sbircia l’amico da dietro l’accendino: lui, le mani in tasca, guarda la processione. Continua a leggere

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Calderón

[Cercavamo due cose.

La prima: uno spazio, nel blog, dove poter collocare tutte le cose che non rientravano naturalmente nelle categorie preesistenti: cioè recensioni,  note “diaristiche”, interventi teorici ed altro; categorie caratterizzate tutte dal loro essere uno scrivere “attorno”, “in rapporto a”,  piuttosto che uno scrivere e basta. (Sempre che sia possibile, nella contemporaneità, una scrittura che non sia già nel suo stesso atto, o forse prima, in debito con la tradizione, “glossa”, pertanto, ad ogni altra scrittura.) Ci interessava quindi uno spazio adatto a scritture lontane da una precisa, cogente, disciplinata, referenzialità.
La seconda: un nome. “Perelà” ci è sembrato attraversare felicemente innumerevoli fronti, tutti perfettamente congrui alla questione in atto; è inoltre un romanzo che amiamo; e il suo protagonista, un omino di fumo, con la sua stessa consistenza, in perenne rischio di dissolvimento, è un po’ come il tenue “filo” della scrittura; un po’ come la sua sostanziale impermanenza, come il rischio vitale che questa corre, nel tempo che andiamo percorrendo
.
Insomma:  perelà.
]

 

Il sogno220px-Oskar_Kokoschka_(1963)_by_Erling_Mandelmann_-_2 di quel pomeriggio fu un sogno imberbe e dolente, impregnato di una luce grigiastra e omnidirezionale, com’è la luce dei sogni. Fatto sta che lo lasciò aperto nel mezzo, scisso da una frattura divaricata, quasi oscena, al fondo della quale sembrava agitarsi un vortice color rubino che aveva la consistenza dolorosa e rancorosa che solo il tempo sottratto sembra avere. Continua a leggere

Se te lo dicevo prima

Sei andato, cindexome il Mario, a dissolverti in cometa, vero?

Ma c’è qualcosa che ti dovevo proprio dire…dottore… prima che andavi…

Che a te, che ti ho sentito per la prima volta… saran stati l’ottantuno-ottantadue, eh… roba musicale… tanta, allora; e i Police, e i Dire Straits, e gli U2, e il Banco, e Dalla, e Battiato… e poi ci stavi tu… serio da ridere in quelle copertine… bislacco, diagonale, estraneo a tutti i vezzi e a tutti i vizi, quello dell'”impegno”, per esempio… noi… a quel tempo… le nostre piccole scatolette, categoriette… piccole, blindate… tutta una adolescenza di categorie, allora… e allora? allora? Te cantavi Silvano, e non valevo le ciccioli e sbrang! saltavano i coperchi alle scatole, allora… gli altri allora: barba, occhiali, giacca e sciarpetta… o maglie attillate, che sia… tutto al posto giusto, eh… cantavano altre cose, tutte giuste e condivisibili, figurarsi: ma te, te… cantavi: quel tuo maglione sudato color bleumarin, dici va bene d’accordo – su tutto; ma la cravatta dov’è? Eh? Continua a leggere

Passaggi dublinesi

Ho letto Ulysses per la prima volta quasi trent’anni fa, complice un esame di Letterature Comparate che ricordo ancora con struggimento. Era la prima volta che mi trovavo davanti a un testo tale da avere a corredo un intero volume di note. La traduzione di de Angelis, con l’introduzione di Melchiori. Erano tempi di esami collettivi, e collettivo era lo studio e la preparazione. Fu così che quel libro divenne per un periodo pane comune, masticato a fatica, tra bestemmie e acclamazioni, in lunghi pomeriggi goliardici. Ricordo il tutto come un vortice, una sorta di intossicazione benefica; gli stessi sintomi di un innamoramento, uno dei tanti, allora.

Lo riprendo in questi giorni, per la terza volta nella mia vita, dalle mani di mio figlio, che ha lasciato la prima e unica “orecchia” a pagina 3. (Con il mio permesso. Adoro le “orecchie”.) Continua a leggere

Where things have no names

`This must be the wood, she said thoughtfully to herself, `where things have no names. I wonder what’ll become of my name when I go in?[] And how, who am I? I will remember, if I can! I’m determined to do it!’ But being determined didn’t help much, and all she could say, after a great deal of puzzling, was,`L, I know it begins with L!’

aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

Entrando nella foresta dove le cose non hanno nome, i nomi, per l’appunto, scompaiono. Alice s’accorge all’improvviso di aver smarrito anche il suo e, seppur sforzandosi, riesce a ricordarne soltanto la lettera iniziale, per di più errata: L. Continua a leggere