Dialoghi di Astolfo e di Fulgenzio. II

Fulgenzio: E dunque, secondo la tua opinione, si ride troppo della politica? Da quando ti sei trasformato in un paladino del potere?
Astolfo: No, non si ride troppo: si ride male.
Fulgenzio: Esiste allora un riso giusto e per contro se ne dà uno sbagliato?
Astolfo: Più o meno.
Fulgenzio: E quindi, sentiamo, la satira andrebbe abolita?
Astolfo: La satira, la satira, non se ne può più…
Fulgenzio: Non credo alle mie orecchie!
Astolfo: Intendiamoci: non condanno affatto la satira, condanno l’uso sciocco del riso contro il potere. Sono almeno vent’anni che ridiamo…
Fulgenzio: Ma come, ti ho sempre ritenuto un seguace di Bachtin. Ti sei pentito?
Astolfo: Se il buon Bachtin vivesse i nostri tempi, sono certo che rivedrebbe qualcosa del suo pensiero.
Fulgenzio: Ma cosa c’è di male nel fatto che ridiamo da vent’anni, come dici tu?
Astolfo: Di male non c’è nulla, ma è inutile. Sono troppi anni che spostiamo il fuoco della nostra attenzione.
Fulgenzio: Spostiamo?
Astolfo: Sì, il riso che suscita la satira è frutto di un meccanismo di spostamento.
Fulgenzio: Il tuo solito Freud…
Astolfo: Il mio solito Freud. L’aggressività politica, chiamala pure odio di classe, se ti piace di più, si scarica tutta nel riso. E non ne consegue alcuna azione, oppure l’azione è debole.
Fulgenzio: E quindi, secondo te, non si deve più ridere del potere?
Astolfo: Certo che si può, ma il potere si presenta già ridicolo. Pensa a Trump, pensa a Berlusconi, pensa a un comico italiano che si è messo in politica. Sono costruiti per far ridere, per farsi prendere in giro dalla satira. Eppure noi continuiamo a pensare: rido, quindi critico, quindi sto dalla parte giusta.
Fulgenzio: E allora abbiamo consegnato alla satira tutta l’azione politica…
Astolfo: Se non tutta, una buona parte.