Dall’ideologia come vita di Pasolini alle vite dismembrate dell’essere

Alda Teodorani, Gramsci in cenere. Dal rosso al nulla, Stampa Alternativa

Sbaglierebbe, a mio avviso, chi si fermasse alla superficiale, etimologicamente intendendo l’aggettivo, impressione che il romanzo sembra sottendere: il racconto di una disillusione.

Sbaglierebbe ancora chi si soffermasse nella caducità ideologica che il titolo suggerisce: il dispiegarsi del senso della storia verso la propria fine.

Credo ci sia altro.

Innanzitutto il percorso che il romanzo traccia è quello, allegorico, del viaggio verso una conoscenza che si identifica come un moto verso un luogo. Il protagonista, alter ego della scrittrice, impone a se stesso un ritorno, il νόστος della propria storia dove le precedenti peregrinazioni sono presupposte nella macchina narrativa e che riemergono in continuo perentorio confronto con il presente. Questa tendenza verso luoghi che sono sistematicamente definiti nelle loro caratteristiche spaziali si associa con una sequenza ritmica parallela alla classificazione rigorosa dei nomi.

Di tutta la struttura narrativa del romanzo, il fulcro dominante sta nella moltitudine di luoghi declinati opportunamente con nomi che marcano la propria identità contrapposta a ciò che non è. Nulla è anonimo, il senza nome è estromesso dal testo. L’intento poetico sembra delinearsi in un pensiero-forte contrapposto alle spersonalizzazioni di postmoderna memoria, ormai peraltro già scomparse nell’immaginario a-ideologizzato del presente. Gli spazi descritti sono veri e propri si-luoghi intrisi di esistenze interrotte che si affermano, storicamente, contro i non-luoghi dove la vitalità è solo apparente, frenetico movimento che non conduce in nessun luogo.

Si è detto di un ritorno ma bisogna allontanarci dall’intenzione di un viaggio nostalgico all’indietro. Piuttosto tutto si concretizza come ritorno a un’epoca dove questi luoghi sono il paradigma di un tempo storico, di un momento della storia al quale è appartenuto un gruppo, una parte, una frazione, insomma una parzialità di un tutto. L’intento poetico allontana da sé il concetto del romanzo di una generazione, falso sottotitolo utilizzato da recensori buoni per il tipo del romanzo qualunque; è viceversa il romanzo che sottende una parte ben definita, identitaria precisamente individuabile come quei luoghi descritti. Questa storia è proprietà di una sezione di una generazione, non un’eredità storica. Luoghi e persone rappresentano il punto osmotico di rinvii ideologici continui, dove l’ideologia non è abiurata, quasi sacrificata in nome di un presente, ma è rivendicata dall’autrice come funzione propedeutica al pensiero.

I singoli personaggi che emergono dal flusso degli eventi storici che costituiscono la cornice del romanzo sono i protagonisti di una storia collettiva e non dei semplici “tipi” narrativi. Il loro destino è ed è stato caratterizzato da una molteplicità di eventi negativi, drammatici, tragici, spesso segnati dalla loro fine, dalla loro morte fisica-corporale e culturale-ideologica.

La narrazione è intrisa di morte. Assistiamo a uno svolgersi ripetuto di una sorta di Spoon River degli anni dell’aria di piombo o forse, più pertinentemente, a un ossario sepolcrale del Novecento. La madeleine del dolore non si traduce in un effimero sentimento nostalgico ma si rovescia, nelle loro devastazioni di vite spesso autodistruttesi, in una rivendicazione di quelle vite perché ognuna di quelle riconduceva a una identità significativa. Eppure in questa dicotomia necrologica niente risulta più vivo che le loro esistenze.

Questo è il tributo della scrittrice alla Storia viva.