More uxorio, finalmente

Certe MORE UXORIO - copertina primavolte, quando qualcosa si compie, quando si realizza un progetto in cui si è creduto fin dal primo momento, si ha il piacere di dire «io l’avevo detto». Ecco, questa è una di quelle volte. Esce finalmente (a un paio d’anni dalle prime anticipazioni) More uxorio di Francesca Fiorletta (Zona, con una nota di Alessandra Sarchi), un libro che ho apprezzato sin dal principio della sua stesura. E che mi piacerebbe fosse apprezzato anche da molti altri.
Ne pubblichiamo le prime righe.

Le idee perenni fanno male, mordono la gola quand’è umida, bruciano le unghie, soffiano via il riparo. Dove abbiamo abitato? Una casa chiusa con troppe fondamenta, sgocciola per uno schianto il tetto, restano rami secchi come tegole.
Il giorno in cui abbiamo smesso di rifuggire i lampioni, la solida geometria del parcheggio, ci siamo abituati subito a passeggiare a mani strette.

Fu quello il vero allarme, la semplicità di un martello a chiodi, entrarti nella pelle senza aspettare la pendenza di sfratto.
Le lenzuola scomode nel bosco, una caramella già incartata, il lucernario alato come una traiettoria d’acero; il sedile passeggeri su cui spezzare volutamente le unghie, perdere i capelli.

Coniugare i verbi al futuro, occhi d’intesa, inasprisce la saliva, scava le falle di ostilità nel respiro. Resta solo la scelta di un aborto netto, allora, da negare ancora prima di essere additati: oggi inizia la domenica ecologica.
Abbasso di nuovo le serrande, non voglio che vedano il viavai, che non sei tu.

Grido senza interruzione, che si senta più del coito la mancanza.