Quella foto

Da giorni gira in rete quella foto. È probabile che l’abbiamo vista tutti. Il primo a pubblicarla è stato il «Guardian», se ho capito bene. E «il manifesto» ieri l’ha messa in prima pagina e ci ha fatto il solito titolo ironico, demente, che non fa né ridere né piangere.

Da ieri mi chiedo a cosa serva pubblicare la foto di un bambino morto (non è vero, me lo chiedo da anni, ma ogni volta che i media mi buttano addosso certe immagini mi faccio le stesse domande). 

Al dovere di cronaca non credo: si può raccontare tutto, assolutamente tutto, senza mostrare cadaveri di bambini.

Mi dico che è solo retorica, anzi estetizzazione dell’orrore, che non serve a niente, se non a suscitare un’indignazione di circostanza, magari anche qualche lacrima, che però è immersa in un magma indistinto di altre notizie, per lo più inutili (l’accostamento straniante lo fa notare Stefano Chiodi in un intervento su Doppiozero). E poi? Di indignarci siamo capaci tutti, persino Salvini. Mi dico allora che non serve a niente, se non ad alimentare il solito chiacchiericcio dei social network, fatto di moralismi (sempre falsi), accuse e controaccuse. E da domani le schiere di indignati torneranno a parlare di altro, anzi forse lo stanno già facendo (un’ottima rappresentazione di tutto questo è la homepage di Repubblica.it).

Contemporaneamente mi chiedo se in quel «guardate!» così violento del «Guardian» e del «manifesto» (facciamo che non c’è nessuna strumentalizzazione, che il gesto ha un intento nettamente politico) non ci sia qualcosa che a me sfugge, o meglio, che a me non serve, ma che ad altri è (terribilmente, schifosamente) necessario.

Forse chi è abituato a scorrere immagini di corsa, chi non possiede capacità di riflessione e di critica, ha bisogno di questo. Forse da domani smetterà per lo meno di dire che i migranti bisogna buttarli a mare, smetterà di gioire quando annegano. Forse si renderà conto che esiste un problema (altre volte, in passato, è successo che una foto ha contribuito a modificare il punto di vista dell’opinione pubblica).

Ma non mi basta, non riesco a persuadermi.

Un pensiero su “Quella foto

  1. La cosa che continuo a trovare più grave è che, data ormai per assodata la tragedia, quello che circola in questi giorni è l’interesse per la fotografia, l’immagine, la spettacolarizzazione, e non per la morte/le morti in sé. Come se si guardasse il dito, perché la luna è troppo atroce (o scomoda).

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