Cinque meditazioni. 5. Gesti

Non serve una settimana, un mese o un anno: perché un essere umano compia centinaia di gesti bastano poche ore. Piccoli movimenti delle mani o del corpo intero, lievi espressioni del viso, tutti dettagli che, accumulandosi nel tempo e nello spazio, contribuiscono a quel flusso che abbiamo l’abitudine di denominare vita. Gesti che, proprio perché innumerevoli e ripetuti e talvolta impercettibili, finiscono per avere un peso inferiore rispetto alle parole, magari meno numerose eppure in misura maggiore predisposte, per loro natura, all’interpretazione, nonostante siano spesso ingannevoli. I gesti dunque tendono a perdersi, a essere considerati minutaglia. Sarebbe interessante sperimentare per un giorno almeno, ogni tanto, una completa abolizione delle parole, una trasformazione dell’esperienza quotidiana in film muto: di sicuro l’attenzione si concentrerebbe di più sui gesti, sui moti – anche minimi – del viso; e forse, spogliando delle parole il nostro tempo umano, le relazioni tra persone ne trarrebbero qualche giovamento, poiché sarebbero prive degli elementi ridondanti. Ad alcuni riesce facile dimenticare i gesti, come quello di chi apre una bottiglia di vino o si volta per salutare o si siede sul letto: i gesti propri come i gesti altrui, i quali sono in genere quelli che restano impressi più a lungo e più a fondo nella memoria. Ad altri tutto questo appare inesplicabile, sebbene tentino di darsi molte spiegazioni, facendo ricorso a tutti gli strumenti dell’intelletto; e gli sembra addirittura impossibile, giacché la loro memoria funziona evidentemente in maniera diversa. E così restano loro nella mente migliaia di frammenti visivi che non si cancellano: il gesto di chi si lecca le dita mangiando gamberi o il modo di poggiare i piedi nudi per terra quando fa freddo o ancora un sorriso aperto e inatteso. E quando queste immagini sono ormai svincolate dai gesti concreti, quando svanisce la possibilità di rivederli, ciò che provano queste persone si chiama mancanza.