Cinque meditazioni. 3. Tatto

Canova

Nell’esperienza che del mondo possono fare gli esseri umani, le sensazioni prodotte dal tatto hanno un ruolo alquanto differente rispetto a quelle scaturite dagli altri sensi, giacché la percezione tattile possiede un elemento in più che, pur non mancando agli altri sensi, non è comunque predominante: la volontarietà. A nessuno, di certo, sarà mai venuta meno la volontà di vedere o di udire – per addurre due esempi immediati, relativi ai sensi tramite i quali comunichiamo maggiormente con ciò che ci circonda –, nondimeno le cose da vedere e da udire ci si presentano spesso, se non quasi sempre, senza il concorso della nostra volontà, anche perché molte delle nostre esperienze sensoriali si compiono a distanza dall’oggetto della percezione. Ciò non vale invece per il tatto (e naturalmente anche per il gusto), senso che implica l’accorciamento, anzi il completo annullamento, della distanza tra la nostra superficie sensibile e la cosa con cui entriamo in contatto. Se ne deduce che il tatto è un senso prevalentemente attivo, intenzionale: nella maggior parte dei casi noi decidiamo di toccare, mentre non sempre – o quasi mai – decidiamo di vedere; ecco perché, presumibilmente, il contatto inatteso con una determinata superficie ci fa trasalire, inducendo in noi esseri umani una piccola scossa, di godimento o di fastidio che sia. E tra le sensazioni piacevoli sperimentabili volontariamente se ne possono annoverare tantissime, che mutano a seconda della temperatura e della materia dell’oggetto toccato, o di altro ancora: della levigatezza si può godere dunque facendo scorrere i polpastrelli su superfici diverse come un tubolare d’acciaio, la porcellana di un lavabo o la plastica di una penna; la scabrosità si esperisce assai bene sul legno, su alcuni tessuti, sul cemento. Tuttavia i piaceri migliori si traggono dai nostri simili, per esempio passando la mano su quello spazio che sta tra l’ascella e l’attaccatura del seno di una certa donna, e solo quella in tutto il mondo.