Cinque meditazioni. 2. Ombre

ombra

Tra le molte cose che esistono e si possono osservare, di certo non si devono trascurare le ombre. Due almeno sono i motivi per farlo: le ombre creano dei disegni sulle superfici sulle quali si proiettano, quindi avviano con queste ultime relazioni spesso molto intricate; ostacolando la luce, le ombre consentono di coglierne meglio gli effetti, soprattutto attorno ai corpi e su di essi, dando forza visiva alla impenetrabilità della materia. La fotografia è un ottimo modo per confrontarsi con le ombre, anzi si potrebbe dire che ritrarre ombre sia l’essenza vera e propria della fotografia medesima, dal momento che costituisce la manifestazione più astratta della luce. Questa, in sostanza, si invera per mezzo del proprio negativo, l’ombra, appunto. Naturalmente, affinché l’astrazione si faccia ancora più evidente, è da preferire la fotografia in bianco e nero; ed è altrettanto preferibile la fotografia dell’ombra senza l’oggetto che la proietta. È bene infatti, per ottenere un risultato migliore, svincolare l’ombra dal suo oggetto e cercare attorno a noi quelle trame e quelle superfici che, mescolandosi, producono esiti maggiormente piacevoli per l’occhio. La piacevolezza può chiaramente variare a seconda dei gusti del soggetto che osserva, ma in genere si dà quando le ombre sono più nette (la sagoma di una sedia proiettata sul marciapiede, una figura umana contro un muro) o quando esse si complicano su una superficie irregolare, che a sua volta spezza le linee originarie dando luogo a nuove configurazioni visive. A determinare la forma di un’ombra sono l’intensità e la posizione della luce, nonché la densità del corpo attraversato: il vetro, per esempio, crea ombre più complesse rispetto alla pietra. Le ombre umane sono certamente le più piacevoli, perché alle variazioni determinate dalla luce si aggiunge la mutevolezza data dai movimenti del corpo: più delle altre, mostrano la luce nello spazio e nel tempo. E allora fotografarle rappresenta l’unico modo per fermarle.