La scena interiore di Marcel Cohen

Ci sono libri piccoli, ma assai potenti, che, nonostante l’economia di mezzi con la quale sono scritti, possiedono una grande forza. È il caso del libro di Marcel Cohen, La scena interiore, pubblicato da Ponte alle Grazie e tradotto da Michele Zaffarano. Ultima tappa di una serie intitolata Faits, il testo non fa che accumulare sulla pagina dei fatti, appunto (questo peraltro il sottotitolo dell’edizione italiana) riguardanti la famiglia dell’autore, pressoché interamente deportata ad Auschwitz nel 1943.

La materia è ovviamente terribile, ai limiti del narrabile, anche perché Marcel Cohen aveva soltanto cinque anni e mezzo quando, il 14 agosto 1943, dal marciapiede di fronte al palazzo dove abitava vide la propria famiglia salire su un camion e scomparire per sempre. Al dolore e all’oblio l’autore oppone qualcosa di estremamente semplice: da una parte i propri ricordi, assai tenui, contrassegnati dall’uso del corsivo, ai quali si giustappone, dall’altra, tutto ciò che Cohen ha potuto apprendere intorno ai suoi familiari. Il testo si costruisce dunque per accumulo di «piccoli sedimenti», di documenti, di fotografie, quelle che inaugurano i capitoli, ciascuno dedicato a uno dei familiari, ma anche quelle degli oggetti, come il violino del padre o il braccialetto della sorellina di tre mesi (che campeggia in copertina e costituisce di certo il documento più straziante). Ulteriori ambizioni non ci sono, non si cede alla tentazione del romanzo familiare. Scrive Cohen: «Il tentativo di collegarli [i sedimenti] in forma di racconto avrebbe tutto della finzione e la finzione lascerebbe soprattutto intendere che l’assenza e il vuoto possono essere espressi».

E dunque il libro è composto «di ricordi e, più ancora, di silenzio, di lacune, di oblio». Il vero centro del libro – che, Cohen lo scrive subito, alla prima riga, si trova «alla periferia» – è proprio fatto di quel vuoto, di quel silenzio in cui, per esempio, si è ostinatamente chiuso per sessant’anni uno zio dell’autore. Sta proprio in questo, peraltro, la forza di cui si diceva all’inizio: lasciare aperti i vuoti della memoria significa far parlare l’evidenza dei fatti, la brutalità degli eventi. Con grande pudore Cohen non fornisce al lettore emozioni preconfezionate, eppure ciò non diminuisce la capacità che il testo ha di turbare il lettore (anzi forse la potenzia). Il finale del capitolo dedicato ad Annette, la domestica che lo salvò, è di una secchezza lacerante: «Annette è morta poco dopo la guerra, verosimilmente a causa di un tumore fulminante. Anche il marito è morto prematuramente. Non ho più rivisto né l’una né l’altro, e nemmeno la mia famiglia».

La spinta che fa muovere l’intero libro è per alcuni aspetti etica, per altri politica: la volontà di contrastare una mostruosa ingiustizia.

Alle mostruosità passate non era possibile aggiungere un’altra ingiustizia lasciando credere che questi materiali fossero troppo esili, che la personalità degli scomparsi fosse troppo sfuocata e, per usare un’espressione che fa male ma che permetterà di farmi capire,  troppo poco «originale« per giustificare un libro.

E così, oltre a riportare alla luce la propria vicenda familiare, Cohen rimette sotto gli occhi dei francesi la loro coscienza sporca, cioè il loro radicato antisemitismo e la collaborazione, talvolta quasi entusiastica, con gli occupanti nazisti. E tutto questo senza una parola di troppo.