Amore e telefono

Scriveva Roland Barthes nel 1977: «s’angoisser du téléphone: véritable signature de l’amour». E questa angoscia del telefono, che forse nessuno ignora, ha un volto duplice: l’angoscia della telefonata che non arriva, di un’attesa che si prolunga oltre ogni tollerabilità; e l’angoscia del mezzo medesimo, si potrebbe dire, quella provocata dalla sua assoluta inadeguatezza alla dimensione amorosa, che reclama la presenza del corpo.

Di quest’ultima condizione testimonia un ormai celebre testo sanguinetiano, il numero 19 di Scartabello 1980 (quindi di non molto successivo alla osservazione di Barthes), dove si legge:

(perché mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te): (da tutto me):

sola, la tua voce mi nuoce:

Sanguineti, si sa, è un materialista (storico), perciò la voce gli riesce intollerabile senza il corpo che la contiene e la fa scaturire. E il telefono, che soltanto la voce lascia passare, finisce per rappresentare un vero e proprio tormento.

Pochi anni prima, relativamente prossimi, nei confronti del telefono Giorgio Manganelli assume invece un atteggiamento per alcuni aspetti più pragmatico. Per accorgersene, basterà leggere una delle Lettere senza risposta (da poco pubblicate da Nottetempo) indirizzate a Viola Papetti, in particolare quella datata «ferragosto ’72», in cui si incontra un Manganelli tutto indaffarato attorno al telefono (quasi a conferma delle parole di Barthes), in attesa dell’evento: il manifestarsi della voce dell’amata, della telefonata capace di fargli cambiare umore, rallegrandolo.

Se Sanguineti, da materialista, rifiuta del tutto il mezzo telefonico, Manganelli, che materialista non è, scrive: «Non amo questo telefono vedovo della tua voce». E della voce, lui così tenacemente attaccato alle ombre, pare contentarsi: «ho molto desiderato di vederti e mi manca la tua voce. Per questo la tua telefonata mi ha infinitamente rallegrato: la tua voce sei “tu”, come non riesce ad essere la parola scritta ed affrancata». E infine: «Mi tengo afferrata la tua voce, l’abbraccio e stringo». Dunque la voce è direttamente il corpo, o può sostituirlo, per lo meno in quel momento a sua volta angoscioso che è l’assenza.

Sarebbe bello sapere cosa penserebbero oggi, Manganelli e Sanguineti, di fronte alle nuova modalità di intrattenere una conversazione amorosa attraverso il telefono, via sms o via chat. Ora la scorporeizzazione è completa: non resta più nemmeno la voce.

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