Cinque meditazioni. 5. Gesti

Non serve una settimana, un mese o un anno: perché un essere umano compia centinaia di gesti bastano poche ore. Piccoli movimenti delle mani o del corpo intero, lievi espressioni del viso, tutti dettagli che, accumulandosi nel tempo e nello spazio, contribuiscono a quel flusso che abbiamo l’abitudine di denominare vita. Gesti che, proprio perché innumerevoli e ripetuti e talvolta impercettibili, finiscono per avere un peso inferiore rispetto alle parole, magari meno numerose eppure in misura maggiore predisposte, per loro natura, all’interpretazione, nonostante siano spesso ingannevoli. Continua a leggere

Cinque meditazioni. 4. Rettangoli

RettangoliGli spazi abitati e percorsi dagli esseri umani si basano sulla ripetizione – che senza esagerazione si può dire ossessiva – di una sola figura geometrica: il rettangolo (o il quadrilatero in generale). Non importa se percepiti in verticale o in orizzontale, rettangoli o sistemi di rettangoli sono gli edifici, rettangoli sono gli appartamenti e le stanze che occupiamo, rettangoli sono porte, pareti, finestre, tavoli, monitor, specchi, armadi, libri, scatole, fogli di carta, cellulari, tovaglie, cuscini, lenzuola. Continua a leggere

Cinque meditazioni. 3. Tatto

Canova

Nell’esperienza che del mondo possono fare gli esseri umani, le sensazioni prodotte dal tatto hanno un ruolo alquanto differente rispetto a quelle scaturite dagli altri sensi, giacché la percezione tattile possiede un elemento in più che, pur non mancando agli altri sensi, non è comunque predominante: la volontarietà. A nessuno, di certo, sarà mai venuta meno la volontà di vedere o di udire – per addurre due esempi immediati, relativi ai sensi tramite i quali comunichiamo maggiormente con ciò che ci circonda –, nondimeno le cose da vedere e da udire ci si presentano spesso, se non quasi sempre, senza il concorso della nostra volontà, anche perché molte delle nostre esperienze sensoriali si compiono a distanza dall’oggetto della percezione. Continua a leggere

Cinque meditazioni. 2. Ombre

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Tra le molte cose che esistono e si possono osservare, di certo non si devono trascurare le ombre. Due almeno sono i motivi per farlo: le ombre creano dei disegni sulle superfici sulle quali si proiettano, quindi avviano con queste ultime relazioni spesso molto intricate; ostacolando la luce, le ombre consentono di coglierne meglio gli effetti, soprattutto attorno ai corpi e su di essi, dando forza visiva alla impenetrabilità della materia. La fotografia è un ottimo modo per confrontarsi con le ombre, anzi si potrebbe dire che ritrarre ombre sia l’essenza vera e propria della fotografia medesima, dal momento che costituisce la manifestazione più astratta della luce. Continua a leggere

Cinque meditazioni. 1. Corpi

Quando si separano due corpi, e questi corpi non erano semplicemente accostati ma uniti, per incastro, adesione o addirittura compenetrazione, cioè erano addossati nella stessa porzione di spazio e di tempo, su entrambi resta un segno. Alcune volte questo può essere il medesimo (quasi in maniera speculare) su ambedue i corpi, altre volte invece il segno si mostra più profondo su uno solo dei due: numerosi sono i fattori dai quali dipende tale circostanza e sarebbe arduo elencarli tutti. Più interessante è forse l’osservazione del variare dell’intensità di tale segno, che è strettamente connessa alla sua durata nel tempo: l’intensità muta infatti in virtù della durata della relazione tra i due corpi in oggetto e della forza, per così dire, con la quale sono stati spinti l’uno verso l’altro. Continua a leggere

La scena interiore di Marcel Cohen

Ci sono libri piccoli, ma assai potenti, che, nonostante l’economia di mezzi con la quale sono scritti, possiedono una grande forza. È il caso del libro di Marcel Cohen, La scena interiore, pubblicato da Ponte alle Grazie e tradotto da Michele Zaffarano. Ultima tappa di una serie intitolata Faits, il testo non fa che accumulare sulla pagina dei fatti, appunto (questo peraltro il sottotitolo dell’edizione italiana) riguardanti la famiglia dell’autore, pressoché interamente deportata ad Auschwitz nel 1943. Continua a leggere

Amore e telefono

Scriveva Roland Barthes nel 1977: «s’angoisser du téléphone: véritable signature de l’amour». E questa angoscia del telefono, che forse nessuno ignora, ha un volto duplice: l’angoscia della telefonata che non arriva, di un’attesa che si prolunga oltre ogni tollerabilità; e l’angoscia del mezzo medesimo, si potrebbe dire, quella provocata dalla sua assoluta inadeguatezza alla dimensione amorosa, che reclama la presenza del corpo.

Di quest’ultima condizione testimonia un ormai celebre testo sanguinetiano, il numero 19 di Scartabello 1980 (quindi di non molto successivo alla osservazione di Barthes), dove si legge: Continua a leggere