Vittime e profittatori collaterali del massacro mirato di Charlie Hebdo

[Questo articolo è apparso sul blog dell’autore il 12 gennaio scorso.]

 Yves Pagès

La messa a morte della redazione di «Charlie Hebdo» da tempo invocata dalle sette salafite ed eseguita da due reclute francesi della Jihad è immonda. E non significa tradire la mia emozione solidale esprimere qui un sentimento di disagio discordante: negli ultimi dieci anni, mi è parso che «Charlie Hebdo», gioiosa fanzine dell’anticlericalismo ultrafrancese, abbia conosciuto un’evoluzione talvolta discutibile e si sia fissato sull’Islam (sbeffeggiandone a casaccio gli usi, i costumi e le derive integraliste), e tale focalizzazione satirica ha preso una svolta dapprima davvero ossessiva poi francamente disgustosa. D’altronde già nel settembre 2012 avevo dedicato una lunga nota a questa deriva inquietante, dal titolo Dall’autoderisione sovversiva alla monomania caricaturale.

Non significa rinnegare un’emozione solidale ricordare anche in quale nauseabondo contesto intellettuale si sono inscritti questi assassinii mirati (e il loro raddoppiamento antisemita): la campagna promozionale dell’ultimo libro di Michel Houellebecq, tra le altre cose. In questo caso, un tiro incrociato mediatico di entità inedita per un libro, Sottomissione, che con il suo scenario di fantapolitica convalida la tesi della «grande sostituzione» messa insieme dallo scrittore identitario Renaud Camus e volgarizzata a grandissima tiratura dal pagliaccio misogino Éric Zemmour. Di che si tratta? Di un delirio complottista che gioca sul pericolo demografico di una Francia sommersa di nascosto dalla sua immigrazione arabo-musulmana (con l’aiuto delle naturalizzazioni e degli assegni familiari). E, a breve scadenza (una generazione), la sostituzione di un «popolo» da parte di un altro, con i piccoli bianchi scristianizzati che si scoprono all’improvviso minoritari e sottomessi alla legge dei nuovi arrivati, le masse di obbedienza islamica (uscite dalla loro ingannevole clandestinità). Ora, questa è proprio la fonte d’ispirazione implicita del best-seller di Houellebecq, la sua insidiosa chiave di volta, giustamente denunciata da alcuni critici letterari contro una compiacenza mediatica senza precedenti verso il suddetto lavoro. Qual è il rapporto, mi si dirà? Primo, l’aumento del rumore di fondo islamofobo non è una fantasia, ma uno dei maggiori effetti collaterali delle politiche della paura che governano le nostre società. E questo stato di confusione mentale era al culmine mercoledì scorso [7 gennaio], dopo svariati giorni di onnipresenza audiovisiva del falso profeta di sventura Michel H.. Secondo, nell’ultimo numero di «Charlie Hebdo» coabitavano una caricatura di copertina poco lusinghiera dell’autore citato e un marcato elogio della sua polemica islamofoba da parte di uno degli editorialisti. Dire questo non significa affatto rivelare un nesso di causa ed effetto né scusare queste uccisioni ingiustificabili, significa sottolineare quantomeno che, non denunciando il discorso razzista soggiacente a Sottomissione, il gruppo redazionale del giornale mancava di vigilanza antifascista (malgrado la sua cultura libertaria d’origine). In poche parole significa constatare che, su questo punto preciso – l’insidiosa volgarizzazione dei discorsi arabofobici –, «Charlie Hebdo» era abbastanza conforme all’aria che tira, alimentando senza salvaguardia e senza discernimento la confusione delle menti.

Non significa sconfessare un’emozione solidale rimettere inoltre sul tavolo alcuni dati geopolitici: l’attuale offensiva jihadista (assai reale) non è affatto il segno che annuncia lo «scontro di civiltà» sperato da certi ideologi della destra evangelica statunitense (o una «guerra di civiltà», agitata come uno straccio rosso dall’ex presidente Nicolas S. nel cuore dell’immenso raduno di domenica). Ripetiamolo oggi più che mai, non si tratta di uno scontro imperiale tra un Occidente indebolito perché in crisi d’identità e il futuro Califfato islamico unificato dal Maghreb al Medio Oriente, ma di un conflitto che infuria da decenni a sud del Mediterraneo, e le prime vittime di questa lotta ideologica sono i musulmani più o meno praticanti, vittime che si contano a centinaia di migliaia (dall’Algeria del «decennio nero» ai recenti massacri dello Stato Islamico in Iraq e Siria). Del resto bisogna avere la memoria corta per dimenticare che, in molti di questi paesi, la Primavera araba ha rappresentato un atto di insubordinazione di un coraggio e di una lucidità inauditi, aprendo la lotta su due fronti, contro le dittature militari (sostenute dai nostri governanti) e contro la falsa alternativa del rigorismo integralista. E che oggi questi popoli sono sempre tra l’incudine e il martello. In poche parole, ne guadagneremmo se ricordassimo che la linea di frattura non è tra civiltà, bensì politica e che, nelle strade del Cairo o di Tunisi, la nuova generazione di caricaturisti contestatari non si sbaglia: loro sanno che i salafiti di ogni specie sono degli ultraconservatori fascistoidi, la loro bestia immonda, come noi abbiamo la nostra…

Non significa abiurare un’emozione solidale preoccuparmi dell’ambivalenza dei punti di vista che possono coesistere dietro la parola d’ordine #JeSuisCharlie. Non metto in dubbio nemmeno per un istante la sincera spontaneità di questo grido di battaglia, per la libertà d’espressione (d’accordo, certamente), contro l’istinto di morte dell’intolleranza (certo), però vi si può ugualmente riconoscere un’unione sacra di facciata che rischia di soffocare troppi pesci nella stessa rete. Per parte mia, voglio ridere fino alle lacrime o piangere i morti, ma non in compagnia di chiunque. Ecco perché ieri ho manifestato senza portare un adesivo o un manifestino #JeSuisCharlie, bensì brandendo su un modesto cartello di cartone questo programma minimo: «CONTRO OGNI FASCISMO, JIHADISTA O LEPENISTA». La cosa mi ha guadagnato i sorrisi amichevoli di molti e una lieve disapprovazione intravista nello sguardo di alcuni. Dunque mi spiace, ma sarà difficile (e pericoloso) accontentarci per molto di questo grado zero dell’enunciazione (#JeSuisCharlie), che, dobbiamo proprio confessarcelo, è l’immagine di una allarmante spolticizzazione delle coscienze. Dietro l’unanimismo emotivo, ognuno dovrà presto ricordarsi che i nostri stessi fanatici identitari sono là, in agguato, alla periferia mentale del Fronte Nazionale, pronti a tutto pur di cavalcare quest’ondata di indignazione, e che è urgente dissociarsene nelle strade come nelle teste.

Altro segno di questa spoliticizzazione, e non minore, è il profondo condizionamento dello scetticismo complottista che circola nelle ramificazioni dei social network. E da qualche giorno la cosa si è gonfiata fino a proporzioni inaudite. Alcuni vorranno diagnosticarvi l’influenza dei paraocchi islamisti sui Giovani di periferia figli dell’immigrazione (in una sola espressione stigmatizzante), o che tale fenomeno è ben più ampio e tocca a livelli diversi la nuova generazione nel suo complesso: la sostituzione dello spirito critico impegnato (e le sue polemiche fondamentali) con dei riflessi paranoico-critici; ci «nascondono tutto», ci «mentono», ci «manipolano». Di qui la durevole difficoltà di disinnescare la diffusa popolarità della cerchia Dieudonné & Co., che gioca su tutti i tavoli della provocazione vittimistica e del cospirazionismo permanente. Quest’ultimo sintomo della confusione mentale che incombe su di noi dovrebbe servirci di lezione. È tempo di rioccupare lo spazio politico e di reinvestire, lontano dai falsi dibattiti sull’«integrazione», la questione sociale delle nostre condizioni di vita. A questo proposito, la lotta contro la precarizzazione generalizzata, che mobilita le energie in Grecia e in Spagna, è più che mai all’ordine del giorno. Non c’è altro mezzo per prosciugare alla fonte le strategie del peggio che ci minacciano, quella dei nazislamisti come quella dei fascisti del White Power, insomma quelle del risentimento morboso contro i capri espiatori disarmati.

Traduzione di Massimiliano Manganelli