La poesia ininterrotta di Vincenzo Ostuni

Quando in un testo compare la Natura (con tanto di iniziale maiuscola) «stronza pazza […] e non madre e neppure matrigna (sarebbe quasi lo stesso)», com’è ovvio viene subito in mente Leopardi. Certo, si potrebbe pensare a una parodia, se non fosse che questo verso è scritto da un poeta decisamente lontano da intenti parodistici com’è Vincenzo Ostuni. In questo Faldone Zerotrentanove, terza tappa su carta di quel progetto sostanzialmente infinito che si chiama, appunto, Faldone (il sottotitolo del volume – edito da Nino Aragno nella bella collana «i domani» – è Estratti 2007-2010, I) sembra definirsi ulteriormente il vero carattere dello scrivere di Ostuni, un carattere che lo colloca in una linea di poesia cogitante, o addirittura gnomica, senz’altro dotata di una nobile tradizione nella nostra letteratura, ma comunque minoritaria.

A leggere i versi contenuti nel libro si percepisce in maniera netta la sensazione di trovarsi di fronte a una poesia concepita quale indefessa indagine sullo stare al mondo, e in particolare sullo stare al mondo della nostra specie; e La specie si intitola proprio la prima delle otto sezioni che compongono il libro. La voce, o la pluralità di voci, che parla ha un fondo razionalistico, sulla cui base interroga, classifica, astrae, nega, ipotizza, il tutto intorno al «contemporaneo noi vivente» e a ciò che lo circonda. Il culmine di questo interrogarsi ininterrotto – com’è ininterrotto appunto il Faldone – si raggiunge nel testo conclusivo del Faldone 27, significativamente intitolato FAQ, ovesi elenca una serie di interrogativi fondamentali dell’esistere, tra cui questo, assolutamente ineludibile: «Davvero il futuro è solo il posto dove noi saremo morti?».

Spesso, in relazione alla scrittura di Ostuni, si sono evocati, indubbiamente a proposito, i nomi di Pagliarani e Sanguineti, soprattutto per la forma del verso, lunghissimo, pressoché interminabile, punteggiato da ampie spaziature (quasi buchi del discorso o silenzi in qualche misura “citati”), un verso divenuto ormai una sorta di marchio di fabbrica, di contrassegno d’autore che lo rende immediatamente riconoscibile. È un verso in un certo senso centrifugo, incline a debordare rispetto alla gabbia della pagina, come centrifugo è il discorso di questa poesia, pronto a seguire tutte le linee della cogitazione.

Meno si è guardato, tuttavia, a ciò che quel verso dice, al suo costruirsi per dialoghi, fortemente caratterizzati da un lessico concettuale (con prelievi dalle scienze naturali, dal pensiero filosofico, dalle scienze umane) che rende questa scrittura piuttosto unica nel panorama contemporaneo, materializzazione in forma poetica di un dialogismo filosofico che tra i suoi precedenti vanta, di nuovo, il Leopardi delle Operette morali.

E infatti la scrittura di Ostuni, giunta ormai a un’invidiabile maturità nel suo percorso tutto sommato solitario, si struttura in forma di dialogo, come attestano quelle virgolette che aprono e chiudono ogni testo (un altro marchio di fabbrica), come se il testo medesimo trovasse la propria possibile realizzazione soltanto citando parole altrui o mettendo metaforicamente tra virgolette quelle del proprio autore (una delle forme di superamento dell’io lirico nella poesia contemporanea, lo si è detto tante volte). È una poesia inclusiva, quella di Ostuni, che nella sua ansia di dire il mondo riesce proprio a dire tutto, persino a convocare sulla pagina, con una forza che non può non dirsi carnale, gli affetti più privati. Ne scaturiscono così, «in qualità di appendice», quei testi notevolissimi che sono gli Studi per filastrocche.

Poésie ininterrompue, si potrebbe dire prendendo a prestito un titolo di Èluard, la quale a sua volta, grazie al sito www.faldone.it, invita a una lettura ininterrotta, quasi in presa diretta, che per continuare, per fortuna, non ha bisogno di attendere la pubblicazione del prossimo libro.