La noia

Guy Bourdin, Big

Guy Bourdin, Big

Entro in un negozio di scarpe. A invogliarmi, l’albero di Natale blu e bianco che splende in vetrina, un tripudio di camoscio e paillettes. C’è un uomo sulla quarantina, alto, rasato, spalle ben tornite, che sta contrattando per un regalo con la commessa. Lei pende dalle sue labbra, come darle torto: bello, educato, regala stivali di marca all’amore della sua vita: è l’uomo dei sogni.
Fino a quando, la fatidica domanda: “Allora, che numero le prendo?”
“Quarantatrè”, risponde lui, entusiasta. Si vede che pregusta già la meritata felicità della sera.
La commessa resta immobile, e infila una serie di gaffes, senza ritegno, una dietro l’altra, come un martello pneumatico, diventa una macchinetta obliteratrice di scuse e giustificazioni patentemente fallimentari, atte a celare dietro una coltre di incontinenza il suo sconfinato imbarazzo. 

“Ma quindi… sono per lei?”, incalza.
L’uomo resta allegro e disinvolto, non cambia mai espressione: “No, le ho detto, è un regalo”.
Per la commessa è troppo. Non riesce proprio a capacitarsi. Forse che una donna può mai portare in giro, con disinvoltura, dei piedi tanto grandi? In che mondo viviamo?
“Intendevo per lei come a dire… da uomo, non per lei… lei.” Non si salverà mai, lo sfacelo è imminente. Non vede l’ora di scendere in magazzino e detergersi la madida fronte, così poco oculata, e chiedere scusa a Dio per i peccati commessi dai suoi improvvisati clienti.
Guardo in faccia l’uomo dei sogni e non trovo niente di ciò che mi aspettavo: non trovo rabbia, indignazione, fastidio, ilarità, ripulsa, ostentazione, disgusto, senso di oppressione, paura, voglia di rivalsa, oscenità, menefreghismo, niente, niente di tutto questo. Tranne la noia.

L’uomo dei sogni ha lo sguardo ancora contento, solo vagamente velato di noia.
Quella noia che conosco anch’io, quando vado al cinema da sola e il bigliettaio mi tratta come se fossimo a una maratona di Telethon, manca poco che non mi faccia pagare nemmeno l’ingresso, ma povera stella, eppure non sembra menomata, chissà come mai se ne va in giro in questo stato, “sarà pazza”.
La stessa noia delle cene caciarone, quando faccio presente che non mangio la pasta, e partono in coro gli sfottò, un’unanimità che sento ormai da trent’anni, tutti uguali, l’intolleranza alimentare non esiste, ma sei sicura che non vuoi nemmeno provare ad assaggiare, guarda che non ingrassi, “sarà anoressica”.

La noia di dover rispondere a domande inopportune, come “che lavoro fai?”, “scrivo”, “questo non è un lavoro”, “dammene uno”, “tu non sai cercare”, non ti sai accontentare, c’è la crisi, ma sono i giovani che non si vogliono muovere, non vogliono agire, “guarda che non sono più tanto giovane”, “ma va, che sembri ancora una bambina”.
La noia del confronto perenne, delle sfide continue, dell’essere all’altezza e al passo coi tempi e à la page e iperattivi e cool e ridondanti e generici e non troppo critici e non troppo faciloni, la noia delle feste natalizie, rispetta il bon ton, la noia di spiegare a una commessa che l’omosessualità è nata prima di lei, e prima ancora delle scarpe, la noia di voler raccontare tutto questo senza indignazione, senza ripulsa, senza rabbia, fastidio, ilarità, menefreghismo, ostentazione, disgusto, senso di oppressione, oscenità, senso di oppressione, niente, niente di tutto questo.

Se vi ho annoiato, l’ho fatto consapevolmente.