Dialoghetto sul romanzo

Qualche giorno fa, una persona a me molto cara mi ha chiesto: «Ma perché non ti piacciono i romanzi?»

«Ma no, figurati!», ho risposto. «Certo che mi piacciono. Magari posso averti dato questa impressione, perché spesso mi capita di fare certe tirate feroci contro dei titoli alla moda. Vedi, il romanzo che io detesto è il romanzo editoriale, il prodotto industriale fatto in serie, quello tutto trama, anzi con la trama che torna sempre, in cui tutto si incastra alla perfezione, in cui tutto torna. Per esempio i noir, i gialli, quella roba lì, insomma».

«Sì, certo, orribile», ha detto lei.

«Vedi? Sono quei romanzi tutti costruiti per frasi fatte, per situazioni preconfezionate, un po’ televisivi, un po’ paraculi…»

«Non è proprio terminologia da critico!».

«Certo, lo so, però dai… Io intendo quei romanzi con i personaggi carini, che più che personaggi sono figurine, che poi l’autore va a Fahrenheit su Radio 3 e ne parla come se fossero amici o parenti suoi. Sai, mi sconvolgono parecchio quegli scrittori che parlano dei propri personaggi come se si trattasse di persone in carne e ossa: e allora dicono “farebbe questo, farebbe quest’altro”, come se i personaggi di un romanzo potessero avere una vita altrove, al di fuori del testo stesso; come se la loro vita si prolungasse oltre. Come se avessero una biografia, insomma. Questo mi fa ridere, nella migliore delle ipotesi. Mi sono sempre chiesto se ci credono per davvero oppure se lo fanno solo per acchiappare i lettori che ascoltano la radio».

«Sì, ma parli sempre di poesia, oppure di cose che non sono romanzi», ha aggiunto lei.

«Ma no, ma no! È solo che mi infastidisce l’identificazione assoluta tra romanzo e letteratura: sembra che scrivere significhi esclusivamente scrivere romanzi. Infatti uno che scrive romanzi lo chiamano scrittore, uno che scrive poesie lo chiamano poeta. E poi tutti quelli che raggiungono un minimo di notorietà, che siano conduttori televisivi, cantanti o dentisti, si mettono a scrivere romanzi. Lo prendono per uno status symbol. Se proprio vogliamo restare alla narrativa, ci sarebbero anche i racconti, però l’universo della letteratura è enorme, mica lo possiamo ridurre a un po’ di scenette già viste al cinema o in tv. Io del romanzo ho un’idea molto ampia, se vuoi più inclusiva rispetto alla media, rispetto al prodotto editoriale. Secondo me con il romanzo ci si può fare quello che si vuole, è una forma-non forma, un contenitore nel quale possono andare a confluire moltissime cose, con la massima libertà. I romanzi che piacciono a me sono liberi, insomma, non sono vincolati dall’ossessione della trama».

«Ho capito, ma raramente ti vedo scrivere di romanzi».

«Eh, sì, in effetti, eppure… eppure li leggo. Hai visto quanti romanzi ci sono in giro per casa? Dai, guarda bene! Hai visto sul mio comodino? In questo momento ce ne sono tre. E poi guardati intorno, sei circondata da romanzi. Mi capita persino di leggerne più di uno contemporaneamente. Se vuoi parliamo di romanzi, ma fammi smettere con questa tirata…»

«Ah, ecco», e ha sorriso.