Su “Holocaust” di Charles Reznikoff: intervista ad Andrea Raos

Da poche settimane è stato pubblicato, per i tipi di Benway Series, Olocausto / Holocaust di Charles Reznikoff. Ne parliamo con il traduttore, Andrea Raos.

In che modo nasce il testo di Reznikoff? Come è fatto?

Holocaust fu pubblicato nel 1976, pochi mesi prima della morte dell’autore. L’epigrafe del libro recita: «Tutto ciò che segue è basato su una pubblicazione del governo degli Stati Uniti, Trials of the Criminals Before the Nuremberg Military Tribunal, e sugli atti del processo Eichmann a Gerusalemme». Nell’edizione inglese sono un po’ più di 100 pagine ed è diviso in 12 sezioni di lunghezza variabile, che raccontano le persecuzioni e deportazioni subite dagli ebrei da vari punti di vista, focalizzandosi su diversi aspetti e esperienze. Alcune storie sono alla prima persona, altre alla terza. In una sezione, Ricerca, i nazisti prendono direttamente la parola e dicono «noi».
Non ho particolari competenze in materia di letteratura sulle persecuzioni naziste, ma il primo esempio che mi è venuto in mente, senz’altro molto ovvio, è L’istruttoria di Peter Weiss. Tuttavia mi pare che tra le due opere siano più interessanti le differenze delle somiglianze. Mentre Weiss compie un grande sforzo di universalizzazione e oggettivazione dell’esperienza (tanto che, come mi ricorda Wikipedia, la parola «ebrei» non compare mai), Reznikoff invece procede in modo opposto: tutte le storie sono collocate con grande cura nello spazio (oltre che ovviamente nel tempo) e rappresentano piccoli mondi dalle caratteristiche ben individuate.
Da questo punto di vista, Holocaust è in continuità con la sua altra opera importante, Testimony: The United States 1885-1890 (1965), riscrittura in versi di processi per reati commessi da gente comune – Reznikoff aveva accesso agli atti perché avvocato –, ma senza le sentenze finali. Violenza, amore, follia, morte solo guardati, quasi nemmeno “narrati”, non giudicati.

Secondo te, perché si tratta di un testo importante, da far conoscere al lettore italiano?

Il primo motivo è banalmente storico, direi, anche di questo un po’ mi imbarazza parlare perché tutto sono tranne un americanista. In ogni caso, penso di poter dire che molte cose importanti della poesia statunitense del dopoguerra in Italia non sono mai arrivate. L’unica eccezione sono i beatnik di Fernanda Pivano, che è un po’ poco ed è stato anche un po’ troppo ripetuto. Non ho niente contro la Pivano, che come è normale ha fatto le cose che le piacevano, ma mi chiedo: e il resto? Mancano Olson, Zukofsky, tanti altri… Sono molto contento che proprio pochi giorni fa Giovenale abbia pubblicato il suo Spicer, e spero altri seguiranno il suo esempio.
In particolare, poi, Reznikoff è il poeta per cui è stato inventato il termine oggettivismo: l’originatore di una poesia in cui il poeta non si sforza di creare l’emozione, ma si limita ad andarla a cerca là dove già si trova.
Non credo alle evoluzioni lineari e non penso che l’Italia sia da meno solo perché niente di simile, mi pare, c’è stato; però mi colpisce constatare che per esempio in Francia Holocaust è stato tradotto diverse volte, sia da specialisti sia da poeti di primo piano. Io non sono né l’uno né l’altro, ma spero che anche in Italia si catalizzi comunque un po’ di interesse per questo autore e, più in generale, per questa modalità di scrittura.

Come è stata l’esperienza della traduzione?

Drammatica 🙂
Ho scoperto Reznikoff quando vivevo in Francia, ed ero stato colpito in particolare da Holocaust perché ne avevo letto le traduzioni fatte, tra gli altri, da Jean-Jacques Viton e Jacques Roubaud. Quest’ultimo me l’ero anche ritrovato come membro della giuria per la discussione della mia tesi di dottorato. Quindi dev’essere stato circa dieci anni fa.
Una cosa che confesso con vergogna è che, quando avevo cominciato a lavorare alla traduzione, non l’avevo ancora nemmeno letto tutto. Ma da quella parziale lettura in francese alcune immagini mi si erano già stampate in testa, e già sapevo che le “volevo” in italiano. Sono, in generale, un pessimo lettore, molto frammentario e asistematico; non me ne vanto, ma in questo caso specifico mi piaceva l’idea di addentrarmi nel testo senza quasi neppure sapere di preciso cosa fosse, come una foresta tropicale da affrontare senza mappa. Forse una specie di “action translating”, non so. Oppure, più semplicemente, un raptus, un bisogno di perdermi in quell’orrore.
In ogni caso, la traduzione si trasformò ben presto in una specie di prolungato delirio: per circa un mese non feci praticamente altro, dimenticando di mangiare e dormendo pochissimo, con malesseri fisici e incubi di vario tipo, sia notturni che diurni. Completata la prima stesura (che avevo dedicato «ai detenuti di Guantánamo e Abu Ghraib», perché erano state da poco pubblicate quelle foto spaventose), la lasciai lì per anni senza rileggerla né tanto meno pensare a cercare un editore, pubblicandone solo qualche sezione in rete.
Ripensandoci adesso credo che quel libro, assorbito a quella velocità e così nel profondo, mi abbia in qualche modo “bruciato”. Le cicatrici devo averle ancora, da quale parte. Ma va bene così. Del resto, non vedo perché si dovrebbe decidere di affrontare, anche solo da lettori, un’opera del genere, se l’idea è di uscirne indenni.
Solo un paio di anni fa devo avere elaborato una specie di distacco rispetto al libro; il minimo indispensabile per riaprire il file, limare un po’ il testo, togliere alcuni errori, aggiungerne altri, e soprattutto pensare seriamente a cercare un editore. I primi e ultimi due a cui l’ho proposto sono stati Mondadori e Benway Series; se lo sono aggiudicato i secondi con una frase del tipo «ti diamo il doppio di quanto ti hanno offerto loro».
Holocaust è un libro molto importante – io qui ho a malapena iniziato a illustrarne i motivi – e spero che verrà letto e discusso il più possibile, perché lo merita. Grazie.