Appunti su “La grande anitra” di Andrea Inglese

«Siamo dentro un’anatra cotta
come Giona nel ventre della balena ma è un’anitra cotta
io Minnie e il guardiano notturno»

Comincia così La grande anitra (Oèdipus) di Andrea Inglese. Un libro davvero degenere, nel senso che non si preoccupa di collocarsi in maniera precisa tra prosa e verso, tra saggio e narrazione. È scrittura, semplicemente. Che cos’è dunque l’anitra del titolo? Forse «il solito dispositivo globalizzato», forse un universo distopico, forse semplicemente un rimando a Pinocchio e alla sua immersione nel ventre di tutt’altro animale (peraltro nominato nel secondo verso citato).

Certo, la struttura tripartita – meditazioni, visioni, poesie, dove ciascuna sezione costituisce una focalizzazione diversa, in base ai tre personaggi chiamati in causa all’inizio – può far pensare al viaggio nell’altro mondo più famoso della letteratura italiana (e non solo), ma qui probabilmente si tratta esclusivamente di una catabasi, perché le parole delle tre voci che parlano evocano più che altro un universo infero, che potrebbe in fondo corrispondere al nostro. O forse siamo davanti a un mondo sognato, a un lungo viaggio onirico, come possono far pensare questi versi tratti dalle poesie del Guardiano notturno:

«la merce che c’è nei sogni assomiglia alla merce che si può comprare alla merce da scaffale
così che la merce nei sogni assomiglia punto per punto colore per colore a quella
vera alla merce della vita diurna della coscienza desta ma la merce nei sogni
è lievemente più malleabile innanzitutto non giace non viene a posarsi

Si vede qui che il sogno non costituisce una via di fuga, non è affatto un luogo incontaminato, anzi è permeato delle stesse ossessioni della vita diurna, è popolato dalle stesse merci.

La realtà degli oggetti e delle merci (e del denaro) è onnipresente e si fa più che mai manifesta nella notevolissima sezione centrale, dove compare un procedimento che nella scrittura contemporanea ha assunto un ruolo decisamente rilevante: la descrizione di elementi visivi, la verbalizzazione di ciò che verbale non è. Siamo nel territorio dell’ecfrasi, in virtù della quale si ha la sensazione che il testo rappresenti una sorta di didascalia di altro, cioè di immagini ideate ma non realizzate se non attraverso la parola. Il testo, dunque, non può che leggersi come testo a fronte, ma cosa mettere sull’altro lato del testo medesimo sta al lettore deciderlo. Le immagini descritte oppure, se il lettore nutre aspirazioni massimaliste, la nostra realtà oggettuale, ove «scorgesi il prospetto del Tempio Finanziario, simbolo dell’alleanza Scienza & Umanità».

Immagini di un catalogo, in sostanza, e questo mi ha fatto pensare, insieme a quella specie di condizione postuma enunciata dalle parole della prima voce – «Quella che a me sembra un’anitra / è forse il nitore della morte» –, a un’aria di famiglia tra La grande anitra e il sanguinetiano Giuoco dell’Oca, anch’esso costruito come un catalogo, secondo l’ironica citazione di Breton riportata in esergo: «ce n’est que superpositions d’images de catalogue». E compilare cataloghi, forse, è un gesto politico, perché implica la necessità di prendere le distanze dalle cose, in tempi in cui molti hanno proclamato la propria resa incondizionata al mondo così com’è.

 

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