Gian Pietro Lucini, centenario

Nei clamori del centenario dello scoppio della prima guerra mondiale, è passata praticamente inosservata (manco a dirlo) un’altra ricorrenza sempre legata a quel fatidico 1914. Nel luglio di quell’anno, infatti, morì Gian Pietro Lucini: le fonti discordano sulla data di morte, che varia tra il 13 e il 14. Benché sia pressoché certa la prima, piace pensare, in considerazione delle passioni rivoluzionarie coltivate dallo scrittore, che sia morto il 14 luglio, data ineludibile della nostra storia. C’è poi un’altra suggestione alla quale è difficile sottrarsi: lo scrittore morì poco prima dell’esplosione della Grande Guerra, lasciando in bozze il suo Antimilitarismo, testo che quasi prefigurava quello che sarebbe avvenuto nei cinque anni successivi.

Dopo la straordinaria riscoperta condotta da Edoardo Sanguineti e soprattutto da Glauco Viazzi negli anni Sessanta e Settanta, riscoperta che conobbe in parallelo una renaissance editoriale, Lucini è precipitato di nuovo nell’oblio, più o meno in concomitanza con ciò che è accaduto alle istanze dell’avanguardia. Perché lui, che ha avuto cento facce, dell’avanguardia italiana è stato a suo modo una sorta di padre. Ma il problema sta proprio in quelle cento facce, giacché Lucini è sostanzialmente irriducibile a una dimensione unica: ognuno ha il suo Lucini. Oltre all’archimandrita delle avanguardie, troveremo così il futurista e il contestatore del futurismo, l’anarchico, l’antimonarchico e anticlericale, il poeta civile e rivoluzionario della Nenia al Bimbo, il classicista inquieto delle Nottole e i vasi, il poeta liberty, il continuatore della tradizione lombarda dell’Ora topica di Carlo Dossi, lo sperimentatore e il teorico del Verso libero, il simbolista in continuo dialogo con le arti visive, l’insopportabile retore carducciano, lo sbeffeggiatore di D’Annunzio, l’utopista e via dicendo. La via d’accesso più interessante (e meno praticata) resta a mio avviso quella dei Drami delle Maschere, all’interno dei quali è possibile individuare i principali nuclei fondativi della scrittura di Lucini: l’Intermezzo della Arlecchinata, per addurre un solo esempio, costituisce uno dei vertici assoluti dell’opera luciniana, e presenta soluzioni di assoluta modernità.

Lucini lo si può comprendere solamente qualora se ne accettino le contraddizioni, frutto della sua poetica anarchica. Nel Verso libero, per esempio, convivono sulla stessa pagina osservazioni fulminanti di rara lucidità e bislacche interpretazioni filosofiche. La sua ricchezza, in fondo, è proprio questa. E di questa ricchezza vuole dare conto un corposo numero speciale della rivista «Resine» (addirittura quadruplo), a Lucini espressamente dedicato. Si intitola Nei giardini del Melibeo, e la pluralità del titolo rimanda direttamente alla plurivocità di Lucini medesimo: non a caso, a scrivere dell’universo luciniano Pier Luigi Ferro e Manuela Manfredini (i due curatori) hanno chiamato una trentina di studiosi.

C’è solo da augurarsi che quei giardini – davvero lussureggianti – tornino a essere frequentati.

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