“In ambienti insalubri”. Cartongesso, Maino

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“Questo è il paese delle cose che stanno morendo. No. Questo è il paese dei corpi. Un paese pieno di corpi. Corpi che si svegliano morti, escono morti di casa, tornano morti; corpi che parcheggiano, scendono, sputano, corpi che si salutano, sbadigliano, bestemmiano sempre, fatturano. Corpi camminanti che hanno rapporti automatici con altri corpi camminanti.”

Questo è il libro d’esordio di Francesco Maino, trevigiano classe 1972, vincitore del Premio Calvino 2013. Cartongesso, edito quest’anno da Einaudi, è un piccolo capolavoro d’invettiva, letteraria e non solo; è un cristallo purissimo di riflessioni fluide e malessere fisico incancrenito, incrostato, solidificato sulla pagina grazie a un lessico pungente e infaticabile, stratificato come dentro le quattro mura della squallida casa in cui vive il protagonista, l’avvocato prossimo al fallimento Michele Tessari, e dentro le quattro mura del tribunale in cui la sua miseranda carriera tende a stento a dipanarsi, giorno dopo giorno, orrore dopo orrore, accatastando noia nuova sulla stessa identica noia del giorno precedente, insieme allo schifo e al ribrezzo crescente per un impassibile futuro a venire.
Michele Tessari è un uomo profondamente solo, un uomo profondamente umiliato dal senso stesso che egli avrebbe voluto dare alla sua vita, e con cui invece non è ancora riuscito a fare i conti. La sua esistenza si slabbra continuamente, senza mai però smussarsi di un millimetro; sembra che egli non compia mai davvero un singolo passo, che non si protenda mai davvero verso l’esterno, verso ciò che potrebbe (forse) rappresentare un’ancora di salvezza, e anzi che è proprio (paradossalmente) tutto ciò che egli s’impegna, con costanza, a rifuggire, sempre: la salvezza.

Michele Tessari è un uomo ossessionato dall’impossibilità di rapportarsi al suo paese, alla gente che abita e popola le strade, i bar, i caffè, i luoghi più infimi e quelli più vividamente suggestivi del suo paese; è un uomo incapace, consapevolmente, di curare persino il rapporto, preteso ombelicale, con la sua stessa madre, con la sua stessa aliena famiglia, incapace di scalfire quello zoccolo duro di tenerezza e affabilità, quel nucleo amniotico basilare, che teoricamente non dovrebbe mai essere refrattario allo scambio più intenso e viscerale di affetto, amore, complicità. Ecco, Michele Tessari è un uomo completamente sprovvisto di qualunque tipo di rapporto di complicità.

È per questo, più che per pretesa convinzione di superiorità, etica estetica o morale che dir si voglia, è esattamente per questa costitutiva, ontologica impenetrabilità con cui sembra proprio essere cosparso il suo intero sistema epiteliale, che l’avvocato per caso Michele Tessari riesce a guardare le relazioni umane, personali o professionali che siano, solo ed esclusivamente attraverso questa lente precocemente invecchiata, maculata di astio, venata di odio, ridicolizzata di pura e semplice sofferenza:

“Rapporti sessuali con la carrozzeria lustra della propria automobile, rapporti con il fai-da-te della pompa di benzina, rapporti con la propria occupazione, rapporti con il corpi-cassieri per il cambio di assegni, rapporti giornalieri con il ristoranti, dove consumare la stessa insalatona, rapporti con semafori intelligenti, zigarette, ingranamento delle marce, rapporti con la propria moglie sformata e il suo sguardo disattivato, il suo seno sgonfio, quel suo rossetto ridicolo che si raggruma agli angoli della bocca, la gazzetta-dello-sport, l’odore della pasta scotta, e il puzzo di olio bruciato degli indiani del piano di sopra che usano il curry al posto del borotalco, rapporti con il figlio deragliato, giovane scarafaggio della rete e consumatore occasionale di anfetamine, rapporti con la tele, gli sbarchi dei clandestini, altri corpi inutili, sulle coste della Sicilia, la manovra finanziaria, la nuova Lancia eco-chic.”

L’invettiva contro l’economia allo sbando del nostro intero paese è patente, eppure quello che emerge con maggiore nitore, nelle oltre 230 pagine di quest’ottimo romanzo di Francesco Maino, è l’assoluta e bruciante insoddisfazione, mista al terrore di un’esistenza sprecata, di una vita logora, di una paralisi fiaccante, debordante e oscena, di un congelamento mentale e fisico, di un annichilamento emozionale e prospettico, che inevitabilmente porterebbe gli esseri umani ad assomigliare sempre più a veri e propri automi, interamente ricoperti di cartongesso.

Ecco, ancora, che il problema sempre irrisolto col proprio corpo (ingrassato, illanguidito, disfatto) e con quello altrui, con quello della madre, per evidente associazione freudiana, come col corpo vagheggiato ma mai realmente posseduto e amorevolmente condiviso di un’altra donna, di un altro amore, chiaramente inesistente data l’intransigenza dello scambio relazionale di cui sopra, prende il sopravvento sulla poetica, diremmo così, espositiva di Maino, la cui scrittura, così avvolgente e materiale, torna infaticabilmente sull’agglomerato fisico, sul cruccio asfittico del contatto mancato, sulla più vera e al contempo da lui percepita come totalmente irreale sostanza purissima delle cose, ossia la carne e il sangue:

“Rapporti di corpi con corpi. Corpi ripieni di carne di corpi. Budelli messi all’insacco come la soppressa coll’aglio. È il paese più orrendo che abbia mai visto in tutta la mia vita, dopo Guinea Veneta, in provincia di Serenissima.”

La lingua viva e pulsante con cui scrive Francesco Maino supera di gran lunga i confini territoriali, e certamente, seppure ruvidissima e oltraggiosa nell’intento, risulta tutt’altro che fredda, diafana e solidificata, come si vorrebbe, appunto, il cartongesso.