Meditazioni di una settimana. Domenica

Negli spazi chiusi – i cosiddetti interni –, lo sguardo può muoversi secondo diverse articolazioni. Per prima cosa, e questo riesce maggiormente agevole, è utile osservare il semplice giustapporsi dei volumi e delle linee che disegnano e riempiono quel medesimo spazio: il rettangolo di una porta e la curva di un arco, le linee ortogonali delle piastrelle e la gamba di un tavolo che vi poggia sopra, la superficie compatta di una parete e gli oggetti irregolari sparsi per la stanza. Ne scaturiscono combinazioni di ogni genere – angoli imprevisti, forme nuove – che comunicano all’occhio un senso di armonia o di disarmonia variabile a seconda dei momenti e dei gusti dell’osservatore. Più arduo è applicare il secondo criterio di osservazione, il quale prevede che l’occhio costruisca delle linee immaginarie prolungando quelle già esistenti: lo spunto da cui partire è del tutto personale, basta scegliere un punto e tracciare la linea corrispondente, per esempio dallo spigolo di un tavolo alla parete opposta. E poiché in una stanza qualunque non sono presenti soltanto oggetti squadrati, la varietà delle linee da tratteggiare sarà molto ampia (non solo rette, dunque). Per la mente, la difficoltà risiede nella necessità di astrazione e nella capacità di considerare tutto l’intrico di linee che viene a crearsi nello spazio davanti all’occhio, spazio che sarà dunque al contempo fisico e ipotetico. Da ultimo si potranno vagliare la presenza di corpi umani all’interno di quel determinato spazio e il loro mutevole disporsi rispetto a esso. Degni di osservazione, a titolo di ipotesi, sono un piede nudo sopra una piastrella quadrata di 40 centimetri di lato, oppure la curva di una spalla inquadrata nel rettangolo di una finestra, ma complicata dalle linee incrociate di una scrivania e di una mensola. Anche in questo caso, naturalmente, sarà interessante prolungare le linee che si dipartono da un corpo umano verso il resto dello spazio circostante. Questo è l’esercizio più complesso.

 

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