Meditazioni di una settimana. Giovedì

Negli anni Settanta, la pubblicità di un detergente in polvere diceva all’incirca: «nel tuo lavandino ci potrai mangiare dentro». Lo chiamavano tutti lavandino, l’acquaio della cucina; poi è accaduto qualcosa nella lingua, non si sa bene cosa, e quell’oggetto ha preso a chiamarsi lavello. L’avello (l’etimologia è la stessa): acqua e resti umani starebbero così nello stesso contenitore; l’acqua si inabissa, i corpi vengono seppelliti, ma se l’avello custodisce, il lavello si svuota in uno scarico, il quale assume allora un significato tombale, persino infernale. Qualcosa accomuna lo scarico e la morte: la perdita di vista di un oggetto – è pressoché impossibile seguire il percorso dal lavello al mare, oltre il sifone e lungo tutte le tubature: la distanza è incalcolabile –, una specie di sepoltura nell’acqua: si elimina l’acqua sporca come si elimina, ossia si depone, un corpo morto. Poi c’è l’alter ego: quello del bagno, anch’esso chiamato un tempo lavandino, parola affiancata però da un altro sinonimo comunque diffuso: lavabo. Un termine colto più gradevole di lavandino (dal suono sgraziato) e anche di lavello, che invece sa di negozio di arredamento o di sanitari, di lessico specialistico. Qui fanno la propria comparsa altri echi, di carattere addirittura religioso: lavabo è una forma del futuro (laverò), come a dire: adesso no, rimando. C’è da sempre, nell’oggetto, un differimento implicito, una purificazione rimandata, quasi che l’essere umano non possa dirsi puro oggi, ma domani, forse. Ed ecco il rimando liturgico, e in un certo senso drammatico: il lavabo è anche l’atto del lavaggio delle mani, nella messa: Lavabo inter innocentes manus meas. Insomma, nei due ambienti domestici dove scorre l’acqua, si svolgono operazioni distinte eppure collegate: in cucina si lava ciò che entra in relazione con il corpo (i cibi e i piatti), in bagno si purifica il corpo stesso, il quale è (congenitamente) impuro, perciò non sarà mai pulito, se non domani, se non nel futuro.

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