Meditazioni di una settimana. Martedì

Sono cambiati i fosfeni. O forse io li ricordo diversamente, oppure ancora mutano con la luce che li stimola. Spengo la lampadina a led che mi sta accanto e sulla mia retina, sul fondale delle palpebre (mi si perdoni la metafora facilissima) compare una gran quantità di puntini bianchi, come stelle: sembra proprio il cielo stellato, caotico e anche un po’ finto. I fosfeni – li ho sempre amati, tanto che mi piacerebbe filmarli – li ricordavo diversi, più pastosi, figure fluide dai colori indefiniti che si muovono su sfondo nero: cerchi, semicerchi, sinusoidi, scintille, pulsazioni; non ricordavo questo puntinismo non richiesto, questa deflagrazione improvvisa di figure piane in migliaia di frammenti minimi. Magari dipende dalla luce o anche dalla stimolazione fisica: se premo lievemente sulle palpebre compaiono quelle forme pesanti, ma si potrebbe ipotizzare una vera e propria classificazione in base alla fonte luminosa da cui derivano: luce solare, lampada a incandescenza, lampada alogena, a led, al neon (chissà se esistono fosfeni da neon, non ho mai verificato, ma devono essere i più acidi e opprimenti), ecc. Poiché riprenderli è impossibile, se ne potrebbero trarre molte idee per la realizzazione di film di animazione (animazione astratta, ovviamente, priva di suoni e di trama), con cui riprodurre fedelmente cosa accade all’interno dell’occhio quando si spegne la luce: la vista dopo la vista. A tutti gli altri sensi questa esperienza è preclusa: solo la vista può permettersi questa fantasmagoria (e viene da pensare che in fondo la vista è un senso persecutorio, non ti lascia in pace nemmeno quando ne disattivi l’organo); ed è uno strano fenomeno, perché dei cinque sensi la vista è l’unico che si possa disattivare davvero: non abbiamo palpebre sulle orecchie (di certo le avremo invocate tante volte), non possiamo spegnere il tatto o il gusto o l’olfatto; la vista sì. O forse no, altrimenti non esisterebbero i fosfeni: qualcosa sulla retina deve succedere comunque.

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