Lettere di Andrea Inglese

ingleseCara Reinserzione Culturale del Disoccupato,
tu non favelli mai, non prendi mai una posizione, probabilmente non sei nemmeno una donna, nonostante l’appellativo femminile che è stato scelto per te; in ultima analisi, a tutti gli effetti, si può ben dire che tu non esista.

Esiste invece, e vale assolutamente la pena di leggerlo, questo libro superbo di Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, edito nel 2013 da Italic Pequod. Ed è un libro che, per esistere, ha scelto una doppia e strana veste.

Duplice è innanzi tutto la sua forma: la prima parte, più lunga e articolata, consta di 17 lettere scritte appunto all’indirizzo di questa fantomatica Reinserzione Culturale del Disoccupato, che è un’entità pressoché mitologica, sebbene risulti al lettore quale composita e orgogliosa raffigurazione di una mitologia tutt’altro che antica, anzi modernissima, attuale quant’altre mai nella perfetta incarnazione della crisi economica che attanaglia il mondo del lavoro, oltre che specchio implacabile della crisi per così dire intimista che corrode il già fragile regno delle relazioni umane e sentimentali.

Diamoci un’idea del registro, dei toni, della sottile ironia e dell’inestirpabile drammaticità della pretesa comunicazione:

mi mancano le risorse

sembra poco un problema non decisivo
quello delle risorse una condizione momentanea
come un calo di energie e temporaneamente
non si riesce ancora a riposare basterebbe
trovare una stanza con un letto o anche
una poltrona o una sedia qualunque
abbastanza al riparo un angolo non troppo
frequentato le risorse non dico tante ma sento
che mancano

L’alter-ego solo paradossalmente e fintamente dialogico dell’autore si scioglie e ricomprende poi ne Le circostanze della frase, ovvero nei 15 più brevi ma ugualmente densi componimenti che vanno a chiudere il libro.

Qui il linguaggio si fa più concitato, paratattico, l’andamento dolorante che già s’intuiva nelle pseudo missive iniziali sembra scrollarsi di dosso per un attimo la patina più vistosamente ironica, pronto invece ad affondare denti e unghie in un portato decisamente più patologico e convulso, rigogliosamente nutrito di ansie, esasperazioni, timori e inconcludenze, vario appannaggio della vita quotidiana.

Un altro esempio, dunque:

COME SE FOSSE GiÀ IN ATTO DI SBIADIRSI, come se stesse per uscire, malmenato, da un utero, un utero organizzato, fittizio, conico, di plastica, e non uscisse, o uscisse male, come ingrandendo, e chiedendo aiuto, ma senza voce, privandosi anche delle voci altrui, per somma malversazione, cumulando le spinte, eppure non del tutto, sui bordi sani, spettrale, di notte anche visibile ad occhio nudo, sostando a pochi passi, mentre tenta l’uscita, e uno è spinto a chinarsi, piegato, lo si ascolta sommessamente, non piange, il colore è compatto, tutto a sfilze, a fumi, si fa denso e forato, ne passano ad ogni istante, come a pioggia, ma lui rimane, nel mezzo interno, semisepolto, con i pochi colori, come una bandiera, sbandierando, a vanvera, cieco, silenzioso, non si vede neppure più, questo mai nato.

Le Lettere di Andrea Inglese sono il perfetto sentimento del nostro tempo, fatto analisi, forma, concetto e parola.

Un pensiero su “Lettere di Andrea Inglese

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