La vita di Adele

La_vita_di_adele_poster_italianoLa vita di Adele è un film di prime volte, un film che potrei definire “di pancia” e “di faccia”.

È nient’altro che la rappresentazione minuziosa e iper reale, a tratti estenuante – se consideriamo la durata di ben tre ore, 179 minuti esatti – degli istinti umani primordiali: il cibo, il sesso, la paura.

L’adolescenza della protagonista, le esperienze sentimentali poco soddisfacenti con i primi ragazzi, le confidenze impacciate tra amici, fino all’incontro illuminante con Emma, poco più matura di lei, affascinante, sensualissima, che la guiderà alla scoperta dell’eros femminile.

A ben vedere, quasi le uniche scene che il regista tunisino Abdellatif Kechiche sceglie di non girare in strettissimo primo piano (anche per questo, all’inizio, parlavo di faccia: sembrano esserci solo volti, sulla scena, pochi gli ambienti) sono gli incontri amorosi tra Emma e Adele, che vivono la loro sessualità in un modo assolutamente coinvolgente, mai lezioso, seppure vagamente estatico. Scene di sesso così lunghe e dettagliate, fra due donne per giunta, penso si siano viste raramente, in una sala cinematografica (escluso il genere hard). Questo è uno dei grandi meriti del film, a mio avviso: riportare l’attenzione sul piano più terreno, vivo e carnale del rapporto di coppia.

Non solo d’amore però, l’accennavo all’inizio, si riempie (e si svuota) La vita di Adele.

La giovanissima protagonista vive la sua esistenza tutta in maniera assolutamente viscerale, legge libri di seicento pagine per volta, balla e si esalta spasmodicamente durante le manifestazioni di piazza, tira su col naso rumorosamente, mastica a bocca aperta, addenta e ingurgita quasi senza malizia e ritegno qualunque tipo di pietanza le capiti a tiro (assaggerà e si farà piacere persino le ostriche, sua nemesi, durante un ironico pranzo familiare a casa di Emma). Si tira su i jeans strettissimi mentre cammina quasi con rabbia, sembra poco interessata al savoir faire e alla moda, per tre quarti di film si tormenta e arruffa i capelli, costringendoli in acconciature ben poco elaborate, che però le conferiscono ugualmente un particolare tocco di charme, non del tutto involontario.

Adele è molto curiosa, aperta alle sperimentazioni, bisognosa di contatto. È consapevole del suo corpo, è bella, è sexy, e subisce una netta evoluzione durante tutto il film: dopo l’amore con Emma, inizierà a prendersi più cura di sé, smetterà lentamente di nascondersi agli occhi degli altri (dopo aver posato nuda, per i quadri della sua donna) e acquisirà una maggiore dose di sicurezza, anche in campo lavorativo.

Adele è maestra d’asilo, Emma è una pittrice che sta per compiere il suo exploit nel campo artistico: le due vite sembrano e diventano inconciliabili, troppe le aspettative disilluse, le gelosie reciproche, una lite furibonda, fino all’abbandono e alla sofferenza lancinante portata in scena, fotogramma dopo fotogramma, negli occhi tristi pieni di lacrime e nelle mani asciutte che continuano disperatamente a cercare appigli.

Altra bravura della regia: poche volte mi è capitato di vedere la fine di un sentimento rappresentato in modo così autentico, senza infingimenti, di sentire tanto nettamente le catene dell’impotenza, del rimpianto, la paura di essere abbandonati e il suo rapido concretizzarsi, nell’attesa, nella rinuncia, in un orizzonte d’immagini crude, persino brutte, esteticamente.

Andare avanti sembra impossibile, ma forse non lo è. E in effetti l’amore è questo, è questa la vita, di Adele e di tutti noi.