da “More Uxorio”

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[Ci sono testi che sembrano fatti appositamente per creare disordine, per far saltare le categorie, per violare i confini tra un genere e l’altro. Cos’è infatti More uxorio? È difficile definirlo, perché, pur intraprendendo chiaramente la via della prosa, non rinuncia a nessuno degli utensili della poesia o della narrazione romanzesca. E la sua forza sta proprio in questo.
Due capitoli del testo, un lavoro ancora in corso, sono apparsi il 20 settembre su Nazione Indiana.

Massimiliano Manganelli]

Capitolo 3

I motivi, Nadja.

Diamoci delle motivazioni, allora, cerchiamo di spiegare tutto quello che rimane di più insindacabile, le ragioni metafonetiche, le anastrofi d’epoca, da drive in.

Anche le coppie molto giovani, quelle che dicono:

– Mai e poi mai andare a convivere.

Non lasciare mai più gli smalti verdi sulle unghiette, mai gli unguenti retrò, in bella vista col contrassegno della discoteca. È un dettato piuttosto naif, il polso col bollo, e non si gioca più neanche il rugby da sottoscala, con le infradito, di provette e entreneuse.

Però ugualmente il sabato, in battuta d’arresto, dicevamo, tutti in massa, col mobilio chantilly, le visite di famiglia, il tè agli agrumi. Non si scappa, non riuscirai a scappare più.

– Tanto anche se scappi io ti trattengo

dice la mia voce, spaziale. È tutto ciò che posso volere, che non ci basta. Più.

E intanto vedo già tutti pronti gli invitati, con le scarpette lucide e le tartine in bocca. Sarà di siepe, la cerimonia. Bisogna andare fuori, tutti quanti, con la grancassa, il trombone flautato, un’ action painting coattiva e refrigerante, a guardare i bicchieri blu, le tende a fiori e gli arredi bagno, di qualcuno.

Quant’è più bello disegnare il rosso fuoco, il rosso smerigliato, il colore del legno d’acciaio?

Puoi davvero dire di appartenere a qualcuno? Riesci a dire con calma di appartenere a qualcuno, senza patire l’enorme desiderio di gridare? Senza farti scappare il fiato.

Tutti gli arredi smerigliati sono puro appannaggio degli amori forti. Per quegli amori affettati che ancora si consumano, vicendevoli d’intimità.

– Che è successo?

Per carità, Nadja in blu. Nella maniera più assoluta, dicono. Nadja blues, con le tende alle finestre. È un minuetto, lento.

– Dici di no?

No.

Tu non sei così, dice lei. Non sai guardare avanti, mai. Sembra ancora un migliaio di anni fa. Quando ancora credevamo insieme nel blu. M’illudevo, forse, io sola. Ma oggi che cos’è diventata, questa carambola alcolica? Questo turpiloquio di colori? C’è troppo di tutto. Tutti vogliono tutto. Nadja, pure tu.

– Dovresti scegliere qualcosa per te.

Per me sola, no. Ha ragione il mio treno, mancato a metà.

– Sembra quasi che tu viva per gli altri.

Continua a ripetere la voce d’amore fuori campo. Il mio campo è pura nebbia, senza il suono di lui, gli occhi ingenui che continuo a non dimenticare. E sarà vero che, per finta, è il mestiere del fuoco, il gioco della forza. Perché resti sempre fuori dal mio campo? Nemmeno questo mi pareva d’aver scelto. Sbagliavo.

– Tutta questa socialità ti paralizza, ti succhia dentro.

Sbagliato. Lo so. Ma ascolto ancora, in sincrono, l’altra voce che non è la tua. Che mi dice di lasciar perdere Freud. E perché non riesco a concentrarmi? Nadja, comunque d’accordo. Annuisce col pensiero, almeno credo.

– È il contatto della mente.

Il rosso, il blu, vinaccia, ocra, pantera, il color talpa: se non fossi tanto indecisa su tutto. Sempre.

– Dubbiosa e vogliosa.

Mi dicono. Gli altri, sempre gli altri, gli altri ancora, a turno tutti, è il turno di tutto, presto facciamo un altro giro, Signori! Tu non lo sai, però. Non faccio mai in tempo a raccontarti niente di me, sei così presa dalla pioggia. Nadja, piccola piccola, col tuo cuore di bottiglia. Sì. Ecco il punto: riuscire ad essere come te. Riuscire ad essere tanto sicura delle mie idee. Non avranno voglia, gli invitati, i miei, di intonarsi a tutto il resto del salone, ai paramenti, alla moquette. Non c’è la moquette nei castelli dell’amore in blu. La vieta socialità, le vuote armature, chissà, forse un giorno riusciremo persino ad aprire le finestre, ancora. Tanto non piove, non piove più, anche se ci pensi e ci ripensi, e la paura ti riallaccia al buio, al buco delle lenzuola.

– Tu lo sai che ti metto al muro.

Quando lo voglio.

Non è un collaudo di colori. Una casa senza intonaco, chi la vuole, tu lo sai, questo. Ma non ci coloriamo più, noi, non abbastanza. Non c’è compensazione vera, reciproca conquista di gradienti fra me e te, e fra me e te e le visite guidate della domenica. La casa è tutta di pioggia, ancora. I tinteggi sbagliati e il candeggio a novanta gradi, perse d’umore, nella centrifuga.

– Si può sapere che è successo?

Tu vuoi abitare in una casa tua, vuoi solamente che la tua festa resti impressa al mondo come una singolare azione e un’ altrettanto sintomatica proprietà, ecco spiegato tutto. Prima c’erano tante altre cose, tante persone, diverse forme di amore indigesto. Tante brutte e belle e goffe forme di amore che oggi, grazie al cielo, fanno paura. Ma solamente adesso, a ripensarci. Non toccare più quelle forme sangue di non amore!

– Dimmi di no.

Tu lo sapevi, questo. Me l’avevi detto, da subito. Ma che cosa vuoi guarire, tu, che cos’è che vuoi risolvere, se ti fai sciogliere tutto fra le mani? Se ancora non hai imparato a guardare il semaforo prima di attraversare, non ce la fai, guarda che poi stai male, stai male, stai male e io non ti posso aiutare, nessuno ti potrà aiutare, starai male, molto più di così. E io zitta, a guardare le scritte sul muro, Je t’aime, ma figurati, ce la farò, guarda che sono forte, e poi ho già un sacco di progetti. Forte, e, prima di tutto, hai imparato come si mima il tono perentorio, il tono lugubre di chi sa il fatto suo, di chi ha vissuto già cento e mille anni:

– Domani no, ma te ne penti, stai sicura che soffri.

Nadja, l’esperimento è fallimentare, la missione è impossibile. Il domani, tutto un grosso pentimento. Ira dopo ira, pasticchina dopo i pasticcini. Il desiderio, oggi, è solo quello di pagare a rate un affitto che sia altrui, senza toni o forme o dimensione di reato o colore di ospedale e prigionia e sono pronta, avviso la polizia, basta un click, se solo mi ti avvicini nel raggio di sei metri, quanto sei alto, muro.

È stato così finora, ma adesso c’è la voce della centrifuga, con cui provare a condividere uno spazio, seppure minimo, e come posso fare, a varcare quella soglia?

– Da dentro.

Ma tu, Nadja, non comprare quei dannati bicchieri blu! Seppure, fallo in un giorno feriale. Seppure, fallo quando c’è meno traffico alle file del bancomat, fallo senza onore né gloria, alla mia cassa veloce, per il mio stupido tripudio di non amore. Te l’ho detto già: non bisogna desiderare mai niente. Non bisogna mai possedere niente. Il possesso fa male alle dita, rovina l’appetito. Nadja, io t’affitto. Non comprare i dannati bicchieri merlati, almeno! Non comprare niente che sia blu, per la nuova casa, perché è lì che andrai a vivere presto, non è vero? Non appena avrete cacciato via tutti gli invitati, non appena avrà smesso di piovere, quando sarà finito lo champagne. È questo che provi a dirmi da quando sei arrivata, e piove, e tu non hai ancora bevuto neppure un sorso, però mi fai parlare di che cosa vuol dire bere, mangiare, respirare, colorarsi l’acidità d’urina, lo stomaco in subbuglio, il disgelo occipitale, tutto nostro. Nadja, occhi blu, non capisce. Nadja, occhi amaranto, nient’affatto sorpresa. È già mamma, anche senza il cordone all’ombelico.

Ripenso a un sogno: io e mio padre seduti a un tavolino in un parco, il giardino di una villa, una terrazza alberata, quarto piano, forse quinto.

– Piove?

Dalla finestra un uomo occhiuto fermo, in piedi, la pancia nuda, tonda, la carnagione già abbronzata, rilucente, la fronte sudaticcia, rugosa, e lui lì fermo, in piedi, un’inquietante sensazione di pace, un buddha da diporto.

– Ma quando smette?

Invece, nel sogno, io e mio padre, troppo emaciati, seduti zitti a un tavolino, e mia madre, zitta pure lei, non ricordo molto bene, lei si alza e incomincia a ballare, a gridare, a piangere, a spogliarsi, oppure no, non ricordo molto bene, ma noi siamo rimasti così, fermi e zitti, seduti al tavolino, a guardarla di sguincio, capo chino, ognuno concentrato nella vergogna di sé, ognuno a patire delle proprie sofferenze, e poi ha iniziato anche a piovere, lei continuava il suo spettacolo agonizzante, lì, in piedi, nel parco davanti a noi, o era il giardino di una villa, o una terrazza in forma di tundra urbana. Di casa.

Nadja, ti prego, guardali bene quei bicchieri.

– Vuoi dei bicchieri?

Te li regalo io. Sono tutti blu cobalto, non ci vedi quello che ci versi dentro. Non ci vedi che c’è da bere, dentro.

(Ma forse tu sì.)

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