Geologia di una prosa

978880620339GRAQuando i poeti mettono mano alla prosa, c’è sempre da stare allegri. Di sicuro ne verrà fuori qualcosa di interessante, se non di buono. Parafrasando la celebre battuta di Clemenceau, la prosa è una cosa troppo seria per lasciarla ai romanzieri. I poeti sanno trattarla con maggiore libertà, non si fanno irretire nell’ossessione della trama, non cadono nel romanzesco più trito. Giocano sulle variazioni, sulle piccole modulazioni della lingua, magari anche sulla disarticolazione del tempo.

A questo assunto generale non sfugge Valerio Magrelli, ormai da un decennio – ossia dal sorprendente “esordio” di Nel condominio di carne – impegnato in un autentico corpo a corpo (non uso a caso l’espressione) con la prosa. Con una prosa che trova nella materia biografica e non nel romanzo il proprio nucleo, dal quale tuttavia si diparte ben altro.

Leggendo Geologia di un padre (Einaudi) ci si trova di fronte a un libro appunto geologicamente stratificato, a ottantatré capitoletti – tanti quanti gli anni vissuti dall’ingegner Giacinto Magrelli – che costituiscono un autentico universo, malgrado la relativa brevità del testo. Se è vero che il dato biografico e autobiografico campeggia in primo piano, è altrettanto vero che non c’è, in Magrelli, alcun cedimento al sentimentalismo né identificazione di alcun tipo. Scrive anzi: «mi interessa l’aspetto geologico del passato, anzi, per meglio dire, la geologia della biografia». Di qui, appunto, la dimensione stratificata dell’intero testo, che finisce per assomigliare a una indagine stratigrafica, a un carotaggio non tanto nel proprio passato individuale, quanto in quello della propria progenitura, se non addirittura della propria specie. Ecco perché, allora, Magrelli si volge a rievocare il padre – dal quale lo separa una lontananza «geologica» – con gli strumenti della paleoantropologia, al punto di identificarlo con l’uomo di Pofi, un ritrovamento di resti umani risalenti a più di 300.000 anni fa (ma Pofi è soprattutto il luogo di origine del padre di Magrelli).

E ancora, a marcare ulteriormente la distanza che lo separa dal padre, l’autore si chiede: «Che c’entro, io, con quell’uomo depresso, Giove furente, Saturno pofantropico?». Dunque, si diceva, nessuna ricerca delle radici, nessun tentativo di ricostruire una storia familiare, bensì soltanto il tentativo di denso interrogarsi su quella distanza, su ciò che lo accomuna al padre e ciò che da lui lo divide. In un libro del genere la tentazione del recupero documentale sarebbe piuttosto poderosa, tuttavia Magrelli la elude apertamente, liquidando la cosa con toni taglienti: «Non mi importa nulla degli archivi, e provo nausea per i documenti. L’unico documento sono io: la carta moschicida del ricordo». E così il documento diviene l’io stesso che ricorda e scrive, il corpo che, nonostante tutta la sua alterità, da quel padre discende.

Si possono leggere gli ottantatré capitoli di questo libro come altrettanti strati geologici (è la via più ovvia, suggerita a ogni pagina dall’autore medesimo), ma forse esiste un’altra modalità di lettura, corroborata proprio dall’ultima frase citata: «L’unico documento sono io». In sostanza, quei capitoli sono le tessere di un mosaico nel quale si viene a comporre un doppio ritratto: quello dell’ingegner Giacinto, tracciato con uno sguardo che non ha alcuna pretesa di obiettività (e potrebbe essere altrimenti?), entro il quale si inscrive, senza tuttavia sovrapporvisi, quello dell’autore. È solo misurando le distanze che si può comprendere il legame che ci unisce a qualcuno.