punto di fuga

11688721-condutture-industriali-e-condotti-in-una-moderna-industriaCe l’ho impresso fin dentro la pelle quell’odore di melma secca, il puzzo organico di fuliggine rappresa e catrame e croste sgranate alle finestre di plastica, le condutture dell’antiacido a vapore.
Seleziono il caffè macchiato caldo dai distributori finto liberty, ottanta centesimi, ma prego faccia pure con comodo, c’era prima lei, io sto di vedetta se passa qualcuno, intanto cerco l’uscita, invento un altro modo per far passare il tempo.
Mando un messaggio col cellulare, ehi come va, sai che qui dentro hanno i televisori al plasma? L’istinto di fuga prende il sopravvento, finalmente.
È permeato sotto la pelle, ormai, quell’afrore laconico, come fosse un peccato trascurabile, come una scelta non mia, papà, non ce la faccio a venire anche oggi, mi dispiace, l’autobus è in ritardo, sono davvero costretta a restare a dormire.
Le coperte, però, non sembrano spesse abbastanza, il sudore della paura si è impregnato fino al fondo del materasso, mi rigiro su me stessa, pancia all’aria, ascolto una canzone tre volte, la ascolto quattro, cinque volte, non riesco più a ricordarmi il perché.
Adesso non mi va proprio di rispondere al telefono, ero in riunione, stavo tenendo quella conferenza, lasciami un momento a passeggiare in villa, che se piove mi riparo sotto un muro, con le guardie svizzere che fanno la ronda, davanti a me c’è quell’albergo chic dove ho sempre sognato di cenare, una volta.
È tutto sedimentato dentro la carne, come fosse un mantra, un ruscello finito male, colato a picco sul tappeto del soggiorno, ma chi se lo aspettava un peggioramento simile in così poco tempo, com’è che dicono, un tracollo immediato.
Non se lo aspetta mai nessuno che le cose prendano a morire dal giorno alla notte, semplicemente iniziano a incenerirsi, la putrefazione è un gioco di fino, l’arte del restauro non si impara da piccoli, e quando ce n’è più bisogno eccolo qua, il tanfo luttuoso della paura.
Ancora non l’hai capito che non si può vivere per sempre, che i progetti quelli veri vanno fatti in solitudine, causa effetto, che bisogna contare solo sulle proprie forze, è notorio, ogni aspettativa è momentanea, ogni viscera è purulenta.
Non l’hai capito ancora che non serve a niente fare affidamento su qualcun altro, e che anzi, tutto ciò che è visto da fuori è già lontano da te, come qualche cosa che si è persa per caso, pensi che vuoi riaverla, chissà dove l’avrai nascosta, se l’hai dimenticata significa che non era importante.
Attacco di panico lo chiamano, e nessuno è davvero in grado di spiegare che cos’è, non esiste una motivazione comune, non c’è sintomatologia che tenga, la sindrome varia da persona a persona, allora perché chiamarlo attacco di panico, magari è dissenteria, c’è chi ha perso l’amore, chi ha mancato un appuntamento, chi è stato investito, non è il batterio del raffreddore, la malattia di un padre non si cura coi granuli di echinacea.
Le persone si distinguono tra chi ha già conosciuto il male e chi non l’ha conosciuto ancora, m’hanno detto una volta. Sono rimasta a pensarci a lungo, un insolito modo di complimentarsi.
Le persone si distinguono dal nome che danno ai loro attacchi di panico.
Questo lo chiamo istinto di fuga, sa di sudore e melma secca, è il puzzo organico di fuliggine rappresa e catrame e croste sgranate alle finestre di plastica, le condutture dell’antiacido a vapore.

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