Happy Bloomsday!

PoldyQuest’anno, noi lettori italiani abbiamo almeno due motivi per festeggiare il Bloomsday. Due, infatti, sono le nuove traduzioni dell’Ulisse pubblicate negli ultimi mesi: quella di Enrico Terrinoni (per Newton Compton) e quella di Gianni Celati (Einaudi).

Ma l’Ulisse ha trovato i suoi lettori oppure li sta ancora cercando? Per lo meno per quel che riguarda il secolo passato, nessuna opera come quel «libro di un proletario autodidatta» (parole di Virginia Woolf) ha prodotto un cambio di orizzonte così radicale, per dirla con Jauss.

Probabilmente Ulisse attende ancora i suoi lettori. Finora ha incontrato i critici, gli specialisti, gli appassionati, ma non i puri e semplici lettori. Non è quindi un caso che sia Terrinoni sia Celati forniscano, ognuno a suo modo, delle indicazioni di lettura. Il primo, in particolare, lo fa per fugare quella «esagerata aura di illeggibilità» che purtroppo circonda il capolavoro di Joyce; circostanza forse rafforzata, in Italia, dalla presenza per decenni di una sola traduzione. E lo stesso faceva, al termine del proprio puntualissimo commento, il loro grande predecessore, Giulio De Angelis, responsabile della prima (e ancora vitalissima), «unica traduzione integrale autorizzata», edita da Mondadori nell’ormai remoto 1960. Il testo joyciano, scriveva De Angelis, esige «un lettore nuovo», al quale impone una «memoria visivo-auditiva».

Sul secondo elemento di questa coppia di aggettivi insiste in particolare Gianni Celati, nella sua traduzione “d’autore” (un tipo di traduzione verso la quale, devo ammetterlo, in genere non nutro particolare simpatia: non necessariamente gli scrittori traducono meglio dei traduttori di professione). Nelle poche pagine di introduzione a un testo del tutto privo di apparato critico – scelta opposta a quella di Terrinoni, che invece correda l’opera di un sostanzioso commento –, Celati afferma:

non è importante capire tutto: è più importante sentire una tonalità musicale e canterina, che diventa più riconoscibile quando ci sembra di piombare in un flusso disordinato di parole. L’Ulisse è un libro in cui la musicalità è l’aspetto decisivo per tutti i rilanci, deviazioni, sorprese, iterazioni, monologhi.

Per contro, Terrinoni sceglie un’altra dominante e spinge in particolare sul pedale del comico e del realismo. E il momento nel quale osa maggiormente è il grandioso monologo di Molly, le cui ultime righe così suonano nella sua traduzione:

e poi gliò chiesto con gli occhi di chiederlo ancora sì e poi me là chiesto se volevo sì dire al mio fiore di montagna e prima lò abbracciato sì e lò fatto stendere su di me per fargli sentire i miei seni tutti profumati sì e il suo cuore che impazziva e sì ò detto sì lo voglio Sì.

Secondo il traduttore, le sgrammaticature che compaiono tanto nell’originale quanto in italiano non vanno interpretate come tali, bensì quali «tentativi di rincorrere la velocità non scritta del pensiero».

Comunque le si giudichi, le due imprese, quella di Terrinoni e quella di Celati, sono sicuramente meritorie, se non altro per il coraggio di affrontare da un lato il libro del Novecento e dall’altro una traduzione davvero straordinaria e memorabile come quella approntata da De Angelis. Traduzione della quale mi piace spesso compitare a memoria l’incipit:

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli era sorretta delicatamente sul dietro dalla mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
– Introibo ad altare Dei.

È ovvio che sarebbe ridicolo confrontare delle traduzioni utilizzando esclusivamente l’incipit (cosa in realtà puntualmente avvenuta in varie sedi); per questo non lo faccio. Tuttavia il lavoro di De Angelis continua a sembrarmi il più convincente, nonostante a tratti vi emerga una sorta di vocazione “monumentale”.

E allora, quale che sia la via d’accesso al libro, l’augurio per questo Bloomsday è che l’Ulisse sia finalmente restituito ai suoi «potenziali lettori», come dice giustamente Terrinoni. Con l’ulteriore speranza che da potenziali si facciano effettivi e numerosi.

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