La grande contraddizione

la-grande-bellezzaL’ultimo film di Sorrentino fa molto discutere, accende anche gli animi più pacati, punzecchia fastidiosamente la critica, ma soprattutto riesce a smuovere grandi masse di spettatori. Questo, a mio dire, è esattamente il risultato a cui dovrebbe ambire un film. Questo, a mio dire, concorre già a fare del film di Sorrentino uno dei migliori film italiani degli ultimi anni. Questo, ma non solo, certamente.

Vado a vedere La grande bellezza con pochissime aspettative, lo confesso. Ho già ascoltato interviste e letto commenti, altisonanti o denigratori, e m’aspetto di trovarmi davanti a un grande affresco, un po’ naïf, di una Roma tutta contemporanea, ma che ricalca ampiamente il ben noto modello felliniano, e soprattutto che strizza l’occhio alla modernissima società dello spettacolo, ma senza la perizia tecnica di Debord. Insomma, temo fortemente l’ennesima “Garronata”…

Poi guardo il trailer e scopro il cast: Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, mioddio c’è pure Serena Grandi! Penso di non farcela a resistere in sala per due ore e mezzo di filato. Insieme a me ci sono persone che La grande bellezza l’hanno già vista due volte, e di questi tempi, c’è la crisi, la gente mangia tonno in scatola a lunga conservazione, due volte il biglietto del cinema nel giro di una settimana dev’essere monomania, penso. Non mi piacerà per niente, questo film, nella mia testa lo sto già maledicendo.

Poi si spengono le luci e parte la musica (colonna sonora di un pregio che direi quasi oltraggioso!) e per i primi venti minuti non c’è nemmeno un dialogo, né sullo schermo né fra le poltrone. La gente è immobile, col fiato sospeso, e io pure.

La grande bellezza non si può raccontare, in quanto tale. La grande bellezza è un film che va assorbito senza lente d’ingrandimento, che va semplicemente accolto come un dato di fatto, accantonando gli schematismi della critica più avanguardista. La grande bellezza, tecnicamente, prende delle autentiche cantonate, ha più di una caduta di stile, non cela alcune tipiche magagne registiche, troppi scollamenti, una certa quantità di contraddizioni, piccoli nei, detriti in accumulo. La grande bellezza è un film elegiaco. Non c’è impressione di realtà, c’è solo un insieme di verità messe a nudo, come fosse marmellata, come fosse vita. In effetti, secondo me, questo è: vita.

Il protagonista, Jep Gambardella, più che un mondano è un uomo assolutamente disperato, ha scritto un unico libro in gioventù, non si sa bene di quale pregio, non si sa bene di quanto successo, se ne conosce solo il titolo, esemplare: L’apparato umano. Ed è proprio l’apparato umano a essere messo in scena, fotogramma dopo fotogramma, per tutta la durata del film, due ore e mezzo di umanità viscerale e disperante, due ore e mezzo di vite distrutte che tentano di autocelebrarsi in ogni modo, probabilmente come unica alternativa al suicidio, sullo sfondo di una città fatiscente dai colori esasperati, senza automobili, popolata per lo più da entità mostruose e perciò terribilmente affascinanti.

Il bestiario epilettico di Sorrentino non è scelto dall’alto, con lo sguardo inquisitorio dell’intellettuale monastico, bensì è tratteggiato con sapiente empatia, con la stessa sapiente empatia con cui sono messe in luce le innumerevoli dicotomie vita/morte, successo/disperazione, socialità/solitudine, lusso/povertà, passato/futuro, rimpianto/rimorso, citazione/innovazione, e, ovviamente, bruttezza/bellezza.

Adesso capisco i dibattiti della critica, adesso capisco anche l’affluenza (copiosa e ripetuta) del pubblico e il silente, teso clima di aspettative in sala.

La grande bellezza è un film sul niente che amplifica tutto.

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