La grande abbuffata?

La-grande-Belleza Cannes 2013Si dice satira per dire critica alla società contemporanea.

Gli strali si abbattono su una specifica classe sociale per stigmatizzare le ambiguità ciniche, le ipocrisie che muovono le azioni, le parole che producono i pensieri, la condizione materiale che definisce una ideologia.

E satira deriva etimologicamente da satura, il piatto ricolmo servito nelle antiche feste delle ritualità religiose classiche.

Queste sono le due immagini ricavate dalla visione del film di Sorrentino.

Ho avuto una visione satura, ricolma di troppo, un universo traboccante, immagini che si espandevano in un sistema di fotogrammi esplodenti. Ogni inquadratura aveva una immaginaria superficie che non permetteva di disporre tutte le cose sia che esse fossero oggetti, personaggi o anche musica e parole espresse. In ogni frame c’era più di quello che poteva, fisicamente, essere contenuto.

Il film ha un andamento distonico la cui frattura si percepisce ad un certo punto della sua struttura. La parte iniziale, dove la presentazione dei soggetti protagonisti si innerva su inquadrature efficaci, distorsive, fissate su quei primissimi piani in cui tutto il reale si deforma, ha una sua forza espressionistica.
Ma poi interviene a prendere il sopravvento il senso contenutistico nel film, arriva il simbolo e tutto si deteriora, regredisce il senso dell’effettuato, dell’immagine strutturata per dominare il senso. Tutto ritorna al significato, alla figura intrusiva, ascetica, che è antinomica a tutto quel che si è percepito nella volontà di saturare.

La contrapposizione fisica tra le radici ingurgitate per cibarsi e i cocktail notturni relegano il film ad un già visto.

Impietosamente assistiamo ad un ridimensionamento estetico, nemesi ideologica delle promesse iniziali.