Rosella Postorino: Il corpo docile

rosQuando arrivavano le lettere ci mettevamo tutte in cucina e ognuna le leggeva ad alta voce. Non capitava mai con le lettere dei parenti, solo con quelle degli sconosciuti. Le spedivano signori anziani, maschi e femmine che scrivono ai carcerati, anziché alle poste del cuore, per avere un po’ di compagnia. Oppure erano lettere di altri carcerati che chissà come avevano avuto il nome e l’indirizzo di una di noi. 

Milena è nata in un carcere, nel carcere di Rebibbia. In quel carcere ha trascorso i primi tre anni della sua vita, e poi, anche quando è uscita, a quel carcere è rimasta attaccata, corpo e anima, testa e viscere, per tutto il resto della vita. Non è soltanto per sua madre, detenuta. Non è soltanto per gli altri bambini, tanti piccoli alter ego, che come lei continuano a nascere e crescere lì dentro, nel carcere di Rebibbia, e che quel carcere continueranno a portarlo dentro, anche loro, probabilmente per sempre.

Ecco il senso profondo della vicenda raccontata, immaginata, ricostruita da Rosella Postorino nel suo ultimo romanzo, da poco pubblicato per Einaudi: la storia della prigionia di Milena è, a ben guardare, la metafora della prigionia dell’esistenza umana. Ognuno di noi è sempre impegnato a combattere con gli spettri del passato, cerca di metabolizzarli in vario modo o quantomeno di imparare a conviverci, giorno dopo giorno, nel tentativo estremo di uscire dalle sbarre privatissime di una memoria singola e dolorosa, che è poi anche la memoria storica e collettiva di un paese dalle mille pieghe vivide e oscure, tragiche e comiche insieme, paradossali.

Il corpo docile, allora, è uno schermo perfettibile ma oltraggiosamente onesto, attraverso cui rintracciare ossessioni e fobie, cicatrici indelebili e inevitabili riabilitazioni al gesto, al movimento, alla parola. I bambini raccontati dalla Postorino hanno istinti famelici scapestrati e indecenti, alcuni non riescono neppure a deglutire o aprire gli occhi, altri invece sanno guardare solo in alto, oltre il cielo sterminato, nel vuoto della fuga. Sono tutti bambini, per lo più, che invocano uno spazio vitale, lo elemosinano, quasi fosse per loro l’unica forma di ribellione plausibile. Il sentimento della ribellione, potremmo dire, umana e civile, li accompagnerà certo fin oltre l’età adulta, e in questo Milena, la protagonista del romanzo, funge quasi da viatico prospettico, sembra esistere, infatti, proprio in quanto monito incarnato, fantasmatica previsione dell’avverarsi di almeno qualcuna (forse poche?) di altre vite possibili.

Se chiunque deve sempre fare i conti con le proprie gabbie, però, la gabbia fondamentale della narrazione resta ancora una volta il linguaggio stesso: una lingua carnale e mai estetizzante è dunque quella che Rosella Postorino riesce a tenere in piedi per tutto il libro, assecondando la bella allegoria pianificata del bisogno di contatto, fisico e mentale, politico e umano, in senso stretto. Attraverso la paura, perciò, si arriva sempre all’estremo, imperituro tentativo di entrare in comunicazione e quindi proprio in comunione effettiva tanto col corpo quanto con la memoria e perciò, finalmente, con la lingua, propria e altrui.

Ecco le lettere scritte a casaccio, ecco l’amore degli sconosciuti, ecco l’affetto spasmodico per altri figli, per altre madri, per altri mondi. Ecco lo scatto delle serrature.

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