Post scriptum a Draft e notille su alcune scritture di ricerca

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Marco Giovenale, consist

Marco Giovenale

fortunatamente perdiamo informazioni, di continuo, e questo sgretolamento è un modo come altri per sopravvivere.

tale perdita è in grado di emettere radiazioni e stringhe di senso-non-senso che non hanno (che possono non avere) poi a loro volta valori informativi. non recuperano. non ce la fanno. possono non farcela – ad arrivare a nulla. (frecce che fabbricano in volo il proprio bersaglio: poi lo dissolvono un momento prima dell’impatto).

non stanno entro termini di retoriche connotate da marche stilistiche stabilite e socializzate, né entro termini di contenuti annessi per statuto al “sensato”. (per non dire al “bello”, o al “poetico”).

le stringhe non vanno lette nemmeno come allineate (o volontaristicamente allineabili) a un punto storico di esplosione dei codici come quello segnato dal Sasso appeso di Nanni Balestrini.

né è detto che le stringhe facciano struttura (se intendiamo la struttura come un colosso coeso che si automotiva, si fa e si rende necessario davanti al tribunale retorico-storico-tematico della comunità dei letterati). e ciononostante possono fare e avere stile, storia, temi.

il fatto che non se ne individui la gabbia, il frame (o insomma il letto di contenzione) può indurci a pensare che si tratti di testi che asseriscono una propria validità al di fuori dell’idea di necessità (per come la conoscevamo fin qui) e di altre (nostre = già socializzate) idee pregresse.

neanche negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, al sorgere della fotografia, era chiaro come inquadrarla, e addirittura se inquadrarla, nel sistema o antisistema delle “arti”. forse non è tutt’ora chiara, quella questione.

eppure oggi nessuno si sognerebbe di negare che la fotografia sia una peculiare forma di “arte” (o, più genericamente, di “lavoro entro/con il senso-non-senso”), né che la fotografia sia una “cosa” profondamente diversa rispetto alla (e non in competizione con la) pittura o scultura.

domani nessuno si sognerà di negare che l’avvento delle scritture di secondo Novecento prima, e la civiltà del digitale poi, occupino un posto che si inserisce in modo specifico, proprio, peculiare, forse inclassificabile (perché scompaginante tante classi e classifiche) nel sistema o antisistema delle “arti”, né si negherà che tali scritture configurino un insieme di segni smarginato e quasi senza paragone con le retoriche della letteratura per come era fatta e intesa prima della seconda metà del Novecento. (Già dagli anni Cinquanta era per altro già viva e percettibile un’aria di – qui Giuliani 2003 va citato – «rovinìo delle forme esaurite», che era già illusorio al tempo tentare di «continuare con manovre diversive»).

(Ritoccando: non di forme si tratta, ma di vita, mondo intorno).