Maleterre

IMG_6152 mario giacomelliI camion vanno e vengono, da giorni; vanno, vengono, scaricano. Terra giallastra e fine, che al primo colpo di vento si solleva in nuvole di polvere dall’odore acre. Fino a qualche tempo prima proprio lì, lungo il greto del piccolo canale di irrigazione, andavano parallele due file di pioppi, barbagli di metallo ad ogni brezza, d’estate, lampi d’alluminio e verde cupo. In una sola notte qualcuno li aveva abbattuti e se li era portati via, miserabile bottino, che neanche a far legna. Ma tant’è.

Sull’orizzonte spoglio ora sfilano le sagome nerobrunite dei camion, ruote doppie a stritolare tarassachi e malve superstiti, una nebulosa giallastra a velare il tutto di un color epatico.  Sbircia l’amico da dietro l’accendino: lui, le mani in tasca, guarda la processione.

«Che pensi, tu, eh, roba tossica, sarà, fanghi velenosi, spurgo cattivo di fabbrica… eh… che pensi, tu… che dici, eh? … pure fosse, un bel cancro a tutti, e chi s’è visto s’è visto… tanto… tanto che? non senti la puzza… e poi i bambini… l’asilo a duecento metri… scherzi? cosa vuoi scherzare, l’asilo a duecento… la scuola elementare un po’ più in là… noi, se è per questo…»

L’autista dell’ultimo camion è sceso, li ha squadrati per un attimo e ha accostato i due bandoni di lamiera che fanno da cancello, a calci; poi è risalito ed è ripartito, tirando le marce al massimo, con il diesel che urla e una colonna di polvere che gli si innalza dietro.

«Corre, lo stronzo… che tanto il primo è lui… non ci ha nemmeno la mascherina… dai… andiamo a vedere… io t’aspetto qua, vengo dopo a riprendermi le spoglie… no, dai… è soltanto accostato… andiamo a vedere che roba è… che vuoi vedere… non c’è niente… non c’è niente da vedere, ecco… dai… soltanto un’occhiata…»

Camminano sul bordo della sterrata; e per sollevare meno polvere alzano e abbassano le scarpe già imbiancate con cautela, lentamente, in verticale. Sembrano due astronauti.

Tutto intorno i mucchi non ancora spianati, lontano il lamento dei tir in salita sull’autostrada e ancora più lontano lo sguardo senza misericordia delle montagne, un’aura azzurra a bagnarle, nella distanza.

I contrafforti di calcare e scisto osservano da millenni quella piana fluviale, solcata da generazioni su generazioni di transumanze. Molto prima di ogni improvvida urbanizzazione, su quel paesaggio hanno poggiato gli occhi, cisposi per l’umido delle notti passate alla serena, macilenti pastori abruzzesi, scesi al pascolo nell’Agro per la brutta stagione, soli con i loro cani, qualche volta, qualche volta con tutta la famiglia; donne a fare stagione da qualche mezzadro, figli lasciati al pascolo, anch’essi, in recinti di sterpi.

Che a maggio si torna: qualche lira, un po’ di grano, la malaria, spesso.

Maleterre, già allora.