Calderón

[Cercavamo due cose.

La prima: uno spazio, nel blog, dove poter collocare tutte le cose che non rientravano naturalmente nelle categorie preesistenti: cioè recensioni,  note “diaristiche”, interventi teorici ed altro; categorie caratterizzate tutte dal loro essere uno scrivere “attorno”, “in rapporto a”,  piuttosto che uno scrivere e basta. (Sempre che sia possibile, nella contemporaneità, una scrittura che non sia già nel suo stesso atto, o forse prima, in debito con la tradizione, “glossa”, pertanto, ad ogni altra scrittura.) Ci interessava quindi uno spazio adatto a scritture lontane da una precisa, cogente, disciplinata, referenzialità.
La seconda: un nome. “Perelà” ci è sembrato attraversare felicemente innumerevoli fronti, tutti perfettamente congrui alla questione in atto; è inoltre un romanzo che amiamo; e il suo protagonista, un omino di fumo, con la sua stessa consistenza, in perenne rischio di dissolvimento, è un po’ come il tenue “filo” della scrittura; un po’ come la sua sostanziale impermanenza, come il rischio vitale che questa corre, nel tempo che andiamo percorrendo
.
Insomma:  perelà.
]

 

Il sogno220px-Oskar_Kokoschka_(1963)_by_Erling_Mandelmann_-_2 di quel pomeriggio fu un sogno imberbe e dolente, impregnato di una luce grigiastra e omnidirezionale, com’è la luce dei sogni. Fatto sta che lo lasciò aperto nel mezzo, scisso da una frattura divaricata, quasi oscena, al fondo della quale sembrava agitarsi un vortice color rubino che aveva la consistenza dolorosa e rancorosa che solo il tempo sottratto sembra avere.

Era una festa, qualcosa come una ricorrenza, a lui dedicata e a sua insaputa, chissà da chi, allestita. Tutte le facce della sua vita, compagni di liceo, vecchie zie morte da decenni, burocrati; con le auto degli ospiti che si impantanavano, nel tentativo di parcheggiare dentro l’angusto cortile di quella che riconosceva, ma solo un po’, come casa sua.

E lui che cercava invano di appartarsi, con una cartina in mano, per farsi una sigaretta: ma sempre il tabacco cadeva a terra, la cartina si rompeva, e c’era sempre qualcuno che lo cercava. Intanto continuava ad arrivare gente, facce e corpi… e c’era questo; l’immenso piacere, misto ad ansia, di essere lì, disponibile, per tutti.

Mancava solo l’amico, quello di sempre, quello sempre in forse; poi lo vedeva, poco dopo, parlare con certi diafani fantasmi ginnasiali, una assurda maglia multicolore su uno sfondo di commensali quasi in bianco e nero.

Giacevano nel sottofondo di quel sogno i versi di un poeta visto poco prima in televisione, che dicevano pressappoco così: che bella sarà la morte, sarà come nascere e come amare, forse solo più forte.

Si svegliò che era buio con la sensazione, o meglio il rimorso, come spesso accade in questi casi, per il tempo del giorno, perduto senza averne conto.

Le due gatte, acciambellate in un groviglio sinuoso di zampe e colli, ripetevano senza fretta l’eterno rito ferino dell’agguato e del gioco crudele.

Impudiche, esse segnavano, come un monito alle sue elucubrazioni, un tempo circolare, premoderno.

Prese in braccio la figlia, che borbottava un flebile singulto da dentro la carrozzina. La avvolse tra le braccia a circondarla, stretta al petto, mentre lo sguardo galleggiava in linea orizzontale al di sopra della piccola testa inconsapevole, assorto nello stupore, come un sapore ancora sulla lingua, che quell’oscura agnizione aveva fatto balenare.

Difficile spiegare.

Ma gli sembrava che, solo per un attimo, una porta si fosse aperta, e immediatamente dopo richiusa, su qualcosa che sapeva da sempre, ma che da sempre aveva dimenticato.

Chiamò l’amico al telefono.