EX.IT – Interviste dal contesto

24291168_ex-it-materiali-fuori-contesto-biblioteca-comunale-pablo-neruda-albinea-reggio-emilia-0Durante il convegno di Albinea, abbiamo chiesto  dei commenti anche ai critici e agli autori presenti.

Iniziamo col riportare l’impressione di Paolo Zublena:

«Molte delle cose che si sono sentite pongono un problema estetico di fondo, che è quello dell’opportunità di differenziare l’oggetto estetico dall’oggetto non estetico. È un tema caro a uno degli organizzatori di questo incontro: credo che la posizione di Marco Giovenale sia sulla linea di Emilio Garroni, cioè in quella lettura della terza critica di Kant che non vede distinzione possibile tra oggetto estetico e oggetto non estetico. E di fatto la distinzione non può che essere data dal contesto, ma non necessariamente nel senso di Bourdieu; più in generale non esiste una differenza ontologica tra oggetto estetico e oggetto non estetico. In realtà la maggior parte delle poetiche novecentesche poggia esattamente sull’assunto contrario, cioè che esiste una differenzialità, identificata jakobsonianamente nella letterarietà. È la linea dei formalisti russi e di Jakobson, che identifica ciò che differenzia l’oggetto estetico da quello non estetico nella letterarietà. È una cosa a cui credono ancora critici della nostra generazione, ma forse è il caso di riconsiderare questo aspetto e rinunciare a tale discrimine. Per esempio, Alessandro Broggi e Gherardo Bortolotti pongono esattamente un problema di questo tipo».

E proseguiamo, dunque, con le considerazioni di Gherardo Bortolotti:

Quanto conta il procedimento?

«Il procedimento è sempre un buon punto di partenza, la procedura, la regola sintattica generale è sempre un buon punto di partenza. In verità, per quanto bieco possa sembrare l’escamotage che sto usando in questo momento per rispondere, l’ispirazione ha parecchio peso. Intendo: si tratta sempre di abitare uno spazio costrittivo di riferimento, di limite, però questo serve anche a mettere sotto pressione della materia di senso e di esperienza. È vero che in determinati testi il gioco può essere talmente scoperto sulla procedura che a sua volta permette anche un ragionamento sullo stesso immaginario che incanali nella procedura. Questo è un dato. Però, per quanto sia un lettore di Perec e mi possa considerare più che un fan un adoratore del suo lavoro, prendo sempre con un certo sospetto la preponderanza della procedura sul testo, in questo senso. La regola vale, vale l’infrazione alla regola, ma soprattutto vale lo sforzo esistenziale della scrittura, della produzione singola di quel testo».

Poiché sembra che possa andare avanti all’infinito, quand’è che il testo si può dire chiuso e finito?

«Io mi sono sempre dato dei limiti arbitrari, non ho una storia da raccontare e non c’è un telos. Nel testo su cui sto lavorando adesso mi sono dato il limite di centomila caratteri. Una volta che arrivo a centomila caratteri il testo è finito. in altri casi, per esempio utilizzando dei motori online il mio riferimento sarà un numero casuale generato da random.org; in altri lavori di anni fa avevo individuato dieci frasi composte da trentasette parole: il numero 10 e il numero 37 entravano nel gioco della scrittura e quindi si doveva arrivare a 370 unità. Però è sempre un limite estrinseco, negli effetti arbitrario. Questo procedimento permette di misurarsi con i limiti della scrittura, che sembra sempre autosufficiente, sembra sempre bastante a sé stessa, e probabilmente è vero, ma questa è una trappola, perché in verità non puoi scrivere pensando che la tua scrittura sia sufficiente a sé stessa. E darsi un limite del tutto arbitrario e al contempo contrario alle tue intenzioni ti permette di accettare con umiltà questa cosa».

(Continua…)

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