Il quarto incluso

tesseract

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Marco Giovenale

Un’esperienza recente ne conferma altre: un’esperienza in una stanza d’ospedale con quattro ospiti, di cui uno più o meno lentamente scivola nella follia, nella psicosi, effettiva, nominabile, certificabile, palese: con dialoghi immaginari, o fasi di catatonia alternate ad altre di forte emotività, falsi riconoscimenti, apostrofi, monologhi, canti, frasi appena mormorate, mugugni ad alta voce.

Gli altri pazienti, e noi parenti di questi, lungo tutta la sua discesa verso il semibuio o buio franco, onoriamo con scrupolo i doveri della più cortese convivenza, nutrendo/recitando il convincimento che tutto invece prosegua (e sia) invariato. Che sia possibile parlare con lui, il folle, come se niente fosse diverso, come parleremmo tra noi.

Ogni sua frase sconnessa o sconnessione tra frasi viene recuperata nel nostro discorrere, come battuta di dialogo normato o come conferma di altri argomenti, seri, sintatticamente legittimi. Eccetera.

Cosa fa usualmente il linguaggio umano, o meglio il processo di sociazione che anche o soprattutto nel linguaggio si esprime?

Cosa socializza, il linguaggio? Cosa mette in comune?

La finzione di una sanità (sempre), piuttosto che la coscienza della follia.

Socializziamo la scena per non dover affrontare la platea. (Per come è). (Perché ci circonda, come la platea che anche noi siamo. In qualche modo). Socializziamo il teatro piuttosto che la vita; anche per difesa. Diamo affetto al falso condiviso, piuttosto che al vero in sé; sia condiviso o meno.

Leopardi, Pirandello. Et alii multi.

§

Spostando questo discorso sul piano della forma, nelle scritture, ecco:

Le scritture di ricerca sorte nei decenni recentissimi, le scritture nuove, se sono tali, non possono non misurarsi precisamente con la dissincronia, con quello che nel vecchio contesto noto è il folle nuovo (senza luogo, senza casa).

Le scritture nuove sono il quarto ospite della stanza, o meglio il suo delirio coeso, paranoide, non più ancorato sintatticamente a referenti comuni, non più discorso (e già – e da sempre – senza potere).

Riceverà, questo ospite, costantemente delle risposte in rima, per le rime. I tre sani, e il loro pubblico (il parentame) farà come se il quarto non fosse folle, come se dialogasse con le sintassi integre, non spezzate, non avanti in una (non nota) direzione. Non altrove.

I tre devono fingere tra loro:

essendo nel e del nostro contesto, senz’altro questo quarto parlerà la nostra lingua. Sembra una lingua tagliata, incolliamola. Sembra a pezzi, ricomponiamoli. “Dialoghiamo” con lui. (Sappiamo che, nel caso, al limite e all’estremo del non dialogo saremmo e siamo comunque salvi: isolandolo).

Per ora lo teniamo come quarto incluso. Gli parliamo in endecasillabi, la finirà una buona volta con la sua disarticolazione.

Gli raccontiamo una storia, dovrà ascoltarci e smetterla di accostare accatastare pezzi di resoconti che non combaciano.

Gli diamo da mangiare il nostro stesso semolino, dovrà finire il suo digiuno.

E tanto più questa prassi stabilisce sé, si attua, tanto più quel quarto – con il suo linguaggio – differisce per insensibili e sensibili variazioni dal sermo communis. O non differisce affatto, ma sembra puntare a un’ironia la cui sottigliezza è già un’invisibilità, un aggiramento delle nostre evidenze, uno scacco.

§

I tre, ipotizzavo, così anche si difendono, si riparano (nelle due accezioni). Il loro comportamento è così – e non potrebbe essere altrimenti – in tutto umano.

Infatti la forma è inumana, perché è umana in un modo che non ha (ancora) casa. Dunque non si può coabitarvi dentro.

Questo è stato vero nel e per il Modernismo e i suoi folli irrecuperabili, ‘sublimi’ (Artaud forse il maggiore). Non si vede perché non debba essere lo stesso ora, nei confronti di ciò che Modernismo non è più.

Divenuto mainstream il Modernismo, ora, i tre Artaud o i tre Eliot o i tre Dylan Thomas o i tre Sereni nella stanza cercano di recuperare chi? Verso chi è diretto il loro teatro, la loro socializzata/socializzante normalità, la loro sintassi, la loro metrica, materica o neoclassica, e il loro normante frammentismo, le loro accensioni iterative, le loro glossolalie prevedibili?

Il loro mainstream continua a tenere in piedi lo stesso teatro di sempre, ma nei confronti di chi?

La cosa bizzarra e inattesa è che il quarto stavolta nella stanza non è isolato. La stanza è il mondo, sono tutti connessi, e il quarto dunque è (non per schizofrenia di uno ma materialmente – numericamente – per compresenza di tutti:) centinaia di migliaia di autori, di persone comuni, che sono cambiate, che NON sono più Artaud o Eliot.

I tre sani, addirittura, sono forse una minoranza, in più assai letteraria. E non lo sanno.