Prose dal dissesto

pds[Pubblichiamo un corposo estratto dall’ultimo lavoro critico di Massimiliano Borelli, Prose dal dissesto. Antiromanzo e avanguardia negli anni sessanta, edito a gennaio di quest’anno da Mucchi, nella collana Lettere Persiane curata da Luigi Weber.

Nello specifico, viene qui analizzata la costruzione narrativa dei personaggi di Edoardo Sanguineti, con chiaro riferimento alla fenomenologia psicosomatica di Georg Groddeck.
Buona lettura!]

Massimiliano Borelli

Il personaggio sanguinetiano viene insomma tutto modellato sulla superficie: maschera senza anima, priva di un sistema psicologico-sentimentale coerente, esso si risolve in una epidermide che è tuttavia sempre sull’orlo del tracollo, della penetrazione, della corrosione (proprio come è per gli esemplari pittorici dei suoi sodali artisti).

Del resto già in Laborintus, all’altezza del ventitreesimo brano, compare un’importante citazione dall’Estratto dell’“arte poetica” di aristotile di Metastasio, che dice: «Qui convien ricordarsi che Aristotile non si vale mai delle parole passioni, o patetico, per significar le perturbazioni dell’animo […]; con tali parole egli intende sempre di significare le fisiche affezioni del corpo, come sono i colpi, i tormenti, le ferite e le morti»46. Adottando questo particolare vocabolario, Sanguineti costringe i propri personaggi a patimenti che sono tutti esteriorizzati, nell’evidenza ecfrastica47 che contraddistingue il romanzo, manifestati in turbamenti della carne, in torsioni innaturali della materia corporea. A ciò va poi aggiunta quella “funzione Diderot” che l’autore espliciterà in anni più vicini, nella poesia programmatica La philosophie dans le théâtre, dell’inizio degli anni Ottanta, contenuta in Senzatitolo nella sezione Fanerografie. Seppure questo testo parli in primo luogo della dimensione teatrale (peraltro è dedicato e anzi pensato in dialogo con il regista Benno Bresson), possiamo ricavarne un’ulteriore prova anche per la nostra analisi. Dopo aver infatti puntualizzato, citando appunto il Diderot del Paradosso dell’attore, la centralità, per un’arte “crudele”, della deliberata mancanza di “sensibilità”, di agire (di scrivere) «senza coeur chaud, senza anima»48, a mente freddissima, Sanguineti, in una rete di rimandi consonanti tra Sade (fin dal titolo) e Artaud, Goethe e Brecht, giunge al seguente programma: «per liquidare emozioni in sensate sensazioni / per spremere la coscienza dai pori della pelle, schiacciandola come una pustola / (e provocare la paura, stimolando vere bocche a eiaculare pensieri in un liquame / di parole, e le parole a farsi carne):»49. Isolando a mo’ di motto, o di slogan, il primo dei versi riportati potremmo trovarvi un manifesto dell’opera sanguinetiana nel suo complesso, giacché vi viene condensato tutto quel lavoro di esternazione dell’interiorità, di espropriazione dell’intimità, di messa in primo piano delle pulsioni del corpo quale via maestra di una rappresentazione alternativa dell’esperienza umana, nei suoi rapporti con gli altri e con il proprio sé. È così che la scrittura sanguinetiana si definisce “anatomica”: tutta rigorosamente tracciata dentro lo spazio concreto di un corpo aperto, composto di organi autonomi50, separati, puntata sopra una “figurazione” crudamente fisica, che ammette in maniera esclusiva un’espressività fondata sulla pregnanza tangibile della materia.

Ma c’è un altro riferimento che ci pare essenziale per comprendere i modi di costruzione dei personaggi nella narrativa sanguinetiana, ovvero la psicosomatica di Georg Groddeck. Autore molto caro a Sanguineti, egli è anche il più radicale tra i padri fondatori della psicanalisi. Non solo trova il termine “Es”, per designare il lato inconscio della psiche, ma si spinge ben oltre il contemporaneo Freud, non limitandosi cioè all’individuazione della molteplicità dell’io, della sua contrastante pluralità determinata dai sottostrati inconsci, ma affermando l’assoluto dominio dell’Es su ogni momento della vita umana: «Io sono dell’idea che ogni uomo è vissuto da uno sconosciuto. In lui c’è un Es, qualcosa di prodigioso, che governa tutto ciò che fa e che gli accade. […] L’uomo è vissuto dall’Es»51. Groddeck opera un rovesciamento totale, affidando il ruolo di motore delle azioni umane alla parte ctonia della psiche, la quale trova nell’infanzia il proprio carburante essenziale e decisivo, oltre che nell’impulso erotico, che, disseminato in ogni anfratto della persona (infatti: «Ogni parte del corpo è organo sessuale, che non serve a procreare esseri umani, ma genera i sentimenti d’amore che ne sono all’origine»52), rivendica sempre e ovunque il proprio dominio. Ma ancora di più, per Groddeck – e qui è lo scarto maggiore, e che più ci interessa, del medico tedesco – l’Es è alla base della stessa conformazione fisica dell’essere umano: «La forza che ci regge, infatti, l’Es, edifica il corpo, crea i segni corporali dell’uomo. Ci fornisce i piedi, le mani, gli occhi, il colore degli occhi, i capelli, un cuore grande o piccolo, uno stomaco sano o malato, dà forma al naso; tutto viene creato da questo essere curioso»53. C’è insomma una comunicazione strettissima tra corpo e psiche, anzi il primo non è che una espressione, un prodotto della seconda: «per l’Es la distinzione tra organico e psichico non esiste»54. Da cui deriva che corpo e mente sono semplicemente due funzioni dell’Es, due momenti di un’unica matrice, e che perciò la malattia, che sia di natura nevrotica o fisica, ha sempre un’origine psichica, e ancora che «i sintomi organici si sviluppano in modo analogo al lavoro onirico e nevrotico»55. La cura relativa dovrà allora scoprire quale “simbolo” si nasconda, in forza di rimozione, dietro il “sintomo”: un significato ulteriore che è la ragione di fondo, la causa scatenante della malattia. Sicché: «Ogni malattia ha un senso, uno scopo», in quanto «misura di protezione»56 contro qualcosa di sconosciuto che è molto più grave del morbo manifesto. (E la necessaria conseguenza è che «si possono e in certi casi si debbono curare psicanaliticamente anche le malattie organiche»57.)

Ora, tale paradigma gnoseologico ben si presta ad assumere la parte di un utile modello ermeneutico delle caratteristiche “fisiognomiche” dei personaggi sanguinetiani, soprattutto se si pensa all’ecosistema oniricomitico in cui sono immersi, per cui in questo ambiente artificiale la loro fenomenologia, il loro modo di atteggiarsi, di muoversi, assume l’aspetto di una vera e propria sintomatologia, capillarmente diffusa per le piaghe e le defezioni, per le fessure nel corpo che ovunque martoriano le figure. Ne viene un insieme di simboli stratificati, un campionario di segni patologici raccolti in allegoria, dove tutto si altera, diviene altro, nel contagio e nella mescolanza. E così si scopre il sostrato, la profondità del corpo sanguinetiano: come le “passioni” per l’autore sono eminentemente le “fisiche affezioni del corpo”, come si è riportato, allo stesso modo, e specularmente, l’Es può, secondo l’insegnamento di Groddeck, «manipolare un corpo, devastarlo, ridurlo a spazio della propria scrittura segnica, a lavagna delle proprie crittografie»58. È molto significativa quest’ultima espressione, poiché indica la stretta relazione tra corpo e scrittura, e tra scrittura ed enigma. Come che il corpo sia il luogo dove si deposita, in leggibile traccia, pur con tutti i “rumori” del caso, la nevrosi dell’Es, ovvero, secondo questa prospettiva, dell’essere umano tutto. La superficie dei personaggi, la loro dimensione concreta, corporale, si configura allora come lo schermo epidermico, e insieme di proiezione della dimensione storica, delle tensioni, delle rimozioni e delle angosce che assediano l’inconscio. Esse vengono come offerte «in ostensione»59, esibite attraverso la manipolazione del corpo, che è di continuo corrugato e funestato da un agente alterante. Può spiegarsi in questo modo, dunque, la centrale tendenza dei personaggi di Sanguineti ad apparire in uno stato di prostrazione, di frattura, di debosciata lividezza. Come ad esempio in questi casi:

Ci hai una cura?” gli dicevo io, a M., e glielo facevo vedere, intanto, che era pieno come di tante pustole, e che ne usciva come una sua bagna, a gocce tutte verdi. Lui lo guardava con la lente. “Ci sono come tante piccole frecce, dentro,” diceva lui, “ma da tutte le parti.” E me lo toccava con la punta delle dita, e si scuoteva tutta la sua testa. “Ah,” gli dicevo io. “Se sono tante piccole frecce, sai,” gli dicevo, “me lo so io bene, che roba è bene.” Poi dicevo: “Mica sono tante piccole frecce, sai, però”. E gli prendevo la lente, e me lo guardavo. “Sono come tanti piccoli vermi, invece, sai,” gli dicevo, “ma che poi sono, piuttosto, come tanti piccoli feti.” “Ma piccoli piccoli, “ gli spiegavo. “Oh,” gridavo, e facevo un mio rumore anche con i denti, “ma che faccia che ci hanno, i piccoli feti, però.” E: “Oh,” gridavo, “in che stato, in che stato”. “Ma non è mica per i piccoli vermi,” gli dicevo, dopo, “che mi preoccupa.” E: “In che stato che è,” gridavo. “Nemmeno per i piccoli feti,” gli dicevo, “mi preoccupa.” “È che ce l’ho,” dissi poi, “come spezzato, questo.”60

Dove tra l’altro compare, trasparente, quell’associazione feto-verme individuata da Groddeck61, nella seconda lettera del Libro dell’Es. «Era in piedi sopra il letto, infatti, tutta nuda, con quella sua faccia come tutta piega infatti, tutta nuda, con quella sua faccia come tutta piegata dentro da una smorfia di grande ira, ma che ira veramente non era, ma che era piuttosto come se ci volesse morire, lei, a forza di farci quella sua smorfia così»62. E ancora: «Ma io, intanto, mi sentivo tutto fracassato, dentro, ma tutto dolente»63: che rimanda a quello «stato di stanchezza accresciuta, abnorme»64 trattata dallo psicanalista nella trentanovesima conferenza di Baden-Baden.

Questa che abbiamo abbozzato può dunque essere un’interpretazione possibile, da accostare alla chiave ecfrastico-figurativa, della “nuova figurazione” di Sanguineti, secondo la quale il corpo dei personaggi, vero centro irradiatore di significati sovrapposti e funzioni narrative, viene alterato in figure storte, vessate dal didentro, in una esposizione di Es a pezzi, molteplici, tanti quanti sono le parti di un organismo: «Nel corso dell’evoluzione – così scrive a proposito Groddeck – le cellule danno luogo a tessuti, epiteli, legamenti, sostanza nervosa e così via, e ciascuna di queste formazioni sembra essere a sua volta un Es a se stante, che influisce sull’Es complessivo, sulle unità Es delle cellule e degli altri tessuti, lasciandosi determinare da loro nelle proprie espressioni vitali»65. I contorcimenti del corpo, le palpazioni delle sue tare (che grandissima parte hanno anche nella poesia di Sanguineti, fino agli anni più recenti, soprattutto nei tanti autoritratti rifratti in maschere e burattini incrinati, parodicamente sensuali, che poi vanno a coincidere, in demitizzante dissacrazione, con una «cruda e crudele messa in scena dell’attività del poeta»66) sono dunque come un cifrato codice di comunicazione, una frammentata allegoria della condizione collettiva in un pulviscolo semianonimo, ma tutto tangibile, di figure.

46 Citato in F. Curi, Gli stati d’animo del corpo. Sanguineti e il patetico, cit., p. 207.
47 Ci occuperemo meglio del modo ecfrastico quando parleremo de il giuoco dell’oca, a proposito della citazione.
48 E. Sanguineti, La philosophie dans le théâtre, ora in Id., il gatto lupesco. Poesie 1982-2001, Milano, Feltrinelli 2002, p. 195.
49 ibidem.
50 Cfr. E. Risso, una crudeltà della contemporaneità: gli organi senza corpo. Tra artaud e beckett, in «Poetiche», vol. 8, n. 3 2006, pp. 493-506.
51 G. Groddeck, il libro dell’Es, cit., p. 24.
52 G. Groddeck, conferenze psicanalitiche a uso dei malati tenute nel sanatorio di baden-baden (1916-1917), cit., p. 77.
54 Id., il libro dell’Es, cit., p. 126.
55 Id., Lavoro onirico e lavoro del sintomo organico, in Id., il linguaggio dell’Es, cit., pp. 105-106.
56 Id., conferenze psicanalitiche a uso dei malati tenute nel sanatorio di baden-baden (1916-1917), cit., p. 226.
57 Id., il libro dell’Es, cit., p. 126.
58 E. Sanguineti, amore e morte, amore e Psiche, in G. Groddeck, conferenze psicanalitiche a uso dei malati tenute nel sanatorio di baden-baden (1916-1917), p. XI (corsivo mio).
59 N. Lorenzini, corpo e poesia nel Novecento italiano, cit., p. 111.
60 E. Sanguineti, capriccio italiano, cit., p. 60.
61 E più avanti, nel capitolo CIII, comparirà un’altra associazione groddeckiana, quella tra bambino e dente, quando Edoardo vedrà una teoria di nascituri nel “mondo della luna”, tra i quali il suo terzogenito, «con la placenta tutta strappata, che sembra un pacco fatto molto male, come con della carta bagnata, e che ha un colore tanto tetro, come un grande dente tutto guasto, ma guasto che sanguina», ivi, pp. 109-110.
62 Ivi, p. 71.