Lezione storta. Appunti per una (mala) editoria

5170060148_99e866c014_oPartire dal dramma. L’attività della scrittura può essere professionistica, strumentale o documentaria. Partire dal dramma, fatte tutte queste meravigliose premesse. Fatte tutte queste meravigliose premesse, noi manager lo sappiamo. Ma – quanto – io – voglio – allargare – il mio target – per andare a prendere il più possibile – da te? Astronomia, per vendere più libri possibile, astrologia. Io – non – mi – do – come obiettivo: il singolo.  Continua a leggere

Calderón

[Cercavamo due cose.

La prima: uno spazio, nel blog, dove poter collocare tutte le cose che non rientravano naturalmente nelle categorie preesistenti: cioè recensioni,  note “diaristiche”, interventi teorici ed altro; categorie caratterizzate tutte dal loro essere uno scrivere “attorno”, “in rapporto a”,  piuttosto che uno scrivere e basta. (Sempre che sia possibile, nella contemporaneità, una scrittura che non sia già nel suo stesso atto, o forse prima, in debito con la tradizione, “glossa”, pertanto, ad ogni altra scrittura.) Ci interessava quindi uno spazio adatto a scritture lontane da una precisa, cogente, disciplinata, referenzialità.
La seconda: un nome. “Perelà” ci è sembrato attraversare felicemente innumerevoli fronti, tutti perfettamente congrui alla questione in atto; è inoltre un romanzo che amiamo; e il suo protagonista, un omino di fumo, con la sua stessa consistenza, in perenne rischio di dissolvimento, è un po’ come il tenue “filo” della scrittura; un po’ come la sua sostanziale impermanenza, come il rischio vitale che questa corre, nel tempo che andiamo percorrendo
.
Insomma:  perelà.
]

 

Il sogno220px-Oskar_Kokoschka_(1963)_by_Erling_Mandelmann_-_2 di quel pomeriggio fu un sogno imberbe e dolente, impregnato di una luce grigiastra e omnidirezionale, com’è la luce dei sogni. Fatto sta che lo lasciò aperto nel mezzo, scisso da una frattura divaricata, quasi oscena, al fondo della quale sembrava agitarsi un vortice color rubino che aveva la consistenza dolorosa e rancorosa che solo il tempo sottratto sembra avere. Continua a leggere

EX.IT – Voci dal contesto

2013-04-14 12.49.07

Ancora pareri e impressioni, questa volta dai diretti organizzatori della manifestazione.

A Giulio Marzaioli e Marco Giovenale abbiamo chiesto perché fuori contesto. Ecco le loro risposte.

Marzaioli:

Giovenale:

Al termine delle tre giornate, poi, abbiamo domandato a Mariangela Guatteri e a Michele Zaffarano di darci un bilancio complessivo.

Guatteri:

Zaffarano:

EX.IT – Interviste dal contesto

24291168_ex-it-materiali-fuori-contesto-biblioteca-comunale-pablo-neruda-albinea-reggio-emilia-0Durante il convegno di Albinea, abbiamo chiesto  dei commenti anche ai critici e agli autori presenti.

Iniziamo col riportare l’impressione di Paolo Zublena:

«Molte delle cose che si sono sentite pongono un problema estetico di fondo, che è quello dell’opportunità di differenziare l’oggetto estetico dall’oggetto non estetico. È un tema caro a uno degli organizzatori di questo incontro: credo che la posizione di Marco Giovenale sia sulla linea di Emilio Garroni, cioè in quella lettura della terza critica di Kant che non vede distinzione possibile tra oggetto estetico e oggetto non estetico. Continua a leggere

EX.IT – Terza giornata

Nella sessione conclusiva, Andrea Inglese ha evidenziato la dialettica tra vuoto e pieno, corpo e mente, assenza e presenza, con incessanti richiami testuali al bisogno di prossimità e contatto. La medesima esigenza si rintraccia nell’interazione tra il testo scritto da Michele Zaffarano e il video realizzato da Barbara Ferretti, in cui le ramificazioni di un bosco innevato si configurano come forte allegoria comunicativa.

Quella del bosco è un’immagine che accomuna molti dei materiali visti e ascoltati in questi giorni e, nella scrittura di Elisa Davoglio, arriva addirittura ad attestarsi quale perfetto luogo di fuga, in cui smarrirsi, nascondersi e riappropriarsi di un senso.

Altro dato che lega Elisa Davoglio ad autori diversissimi come Éric Suchère e Fabio Teti è il puro e semplice atto del mostrare, oggetto del quale possono essere i materiali più disparati: il funzionamento della memoria, il procedimento di costruzione del testo, una scena d’impatto cinematografico e così via.

Presto le conclusioni.

EX.IT – Ancora sulla seconda giornata

Dopo la rassegna delle fobie e delle ossessioni condotta da Marco Giovenale, con una continua interrogazione sul linguaggio e sulle sue forme di semplificazione, esasperate fino a sfiorare (e quindi finalmente rivelare) la più ostinata menzogna della comunicazione, Alessandro Broggi c’introduce in un altro universo fasullo eppure, al contempo, esasperatamente reale: quello del disagio sociale, del plagio martellante che deriva e determina il vituperato senso comune.

Si tratta di una quotidianità mediatica e messianica, in cui «l’assedio delle informazioni» è preso a modello quale «unico referente emozionale» e la pretesa omologazione interpersonale svela, a ben guardare, tutto il suo potere alienante e costrittivo, ancora una volta claustrofobico e ossessionante. Siamo davanti, tanto per dare un’immagine, a supermercati che restituiscono la più empatica idea di famiglia, con un evidente surrogato tragicomico, misto di giocattoli alienanti e di fiabe appositamente preconfezionate.

Fiabe non certo ingenue sono pure le avventure del Leprotto di Andrea Raos, che apre tutta una serie di collegamenti Skype americani, in cui compaiono Jennifer Scappettone e Charles Bernstein, il quale si prodiga in un’esilarante e corrosiva abiura, parodicamente in favore dei «poeti accessibili».

EX.IT – Seconda giornata

Nei testi di Fiammetta Cirilli e di Mariangela Guatteri, pur diversissimi tra loro, torna l’ossessione degli spazi chiusi, ordinati, incatenati. Lo spazio domestico e quello manicomiale diventano universi concentrazionari, con il risultato di mostrare la dicotomia tra schiavitù e libertà.

Questa stessa dicotomia si ripropone nel ragionamento sulla scrittura, tanto in Giulio Marzaioli, con la sua procedura di rovesciamento prospettico, tanto in Jean-Marie Gleize, che, partendo dalla vertigine del buio, arriva a ipotizzare una pagina nera: «Perhé il nero sta già lì. Uno scrivere che viene strappato a quel fondo».

Un’altra linea vede la continua interrogazione dell’opera stessa: è il caso di Rachel BlauDuPlessis col suo «elenco di oggetti inesplorabili», di Roberto Cavallera («avte visto in sogno una tal cifra com’era disegnata?») e soprattutto dell’esilarante muro di domande di Ron Silliman.

Continua…