Lieto fine (L’arte senza storyboard)

happy-endQualche settimana fa mi è capitato di vedere un film che, per la verità, di incoraggiante aveva solo due cose: innanzi tutto il titolo, Il lato positivo, (ab origine Silver Linings Playbook) e poi soprattutto il cast, non  tanto per Bradley Cooper e Robert De Niro, quanto per il premio Oscar come miglior attrice protagonista, assegnato proprio per questa interpretazione a Jennifer Lawrence.

La Lawrence ha cinque anni meno di me (è nata nel 1990) e, dopo una rapida e a questo punto brillante carrellata di ruoli (il grande pubblico l’ha conosciuta in film come X-Men e Hunger games) è già stata definita dal «Rolling Stone» «la più talentuosa giovane attrice di tutta l’America». E, in effetti, non mi sento troppo in disaccordo. All’entrata in scena della Lawrence, infatti, la pellicola prende a illuminarsi, letteralmente. Riesce, questo premio Oscar poco più che ventenne, a catalizzare su di sé un’attenzione assoluta ma paradossalmente non totalizzante.

Mi spiego: capita assai spesso di vedere film imperniati sostanzialmente attorno a un’unica figura forte, che ne rimarchi l’impronta, che li renda, per così dire, immediatamente riconoscibili. Penso a regie come quelle di Clint Eastwood, o a celeberrime colonne sonore come quelle di Ennio Morricone, o, appunto, a interpretazioni attoriali pressoché monofocali, con esempi che spaziano enormemente, da Meryl Sreep a Daniel Day Lewis, per nominarne solo due fra i più recenti.

In quei casi, però, assistiamo a un vero e proprio slittamento dell’attenzione da parte dello spettatore, la cui esperienza cinematografica viene come ricompressa e centralizzata, e perciò l’andamento proprio della pellicola in quanto tale, il necessario hic et nunc affinché il gioco delle parti funzioni, tende un po’ a scemare. Insomma, malgrado tutto, è poi il film che ne risente.

Non succede questo ne Il lato positivo, dramma atipico, nel complesso piacevole, nonostante gli aspri temi trattati: la malattia psichiatrica, la devastazione familiare, la solitudine, la paura, la ricostruzione delle coscienze. Ma, dopo i complimenti all’attrice e l’invito alla suddetta visione, c’è un altro dato fondamentale dal quale vorrei partire per affrontare un discorso più ampio: quello del lieto fine.

Questo film, e scusate se è poco, come si dice: finisce bene. Era un’esperienza a cui non mi capitava di assistere da anni. E forse è il mio gusto personale, per carità, che mi spinge a rifuggire la canonizzazione della cosiddetta trama, sia in letteratura che nel cinema, nella musica come nella fotografia, e via dicendo. Forse per questo è assai difficile che io mi trovi a guardare sul grande schermo un amore che si corona, perché molto spesso nemmeno si sviluppa, nel corso delle proiezioni che scelgo di vedere, un qualche tipo di amore. Così com’è difficile, per me, leggere le peripezie di un’eroina fortunata nelle pagine di un libro, perché di solito i protagonisti dei libri che leggo non sono affatto eroi; il più delle volte non capita loro di affrontare alcuna peripezia, tutt’al più possono compiere dei ragionamenti monoculari, ossessivi, patologici, che difficilmente vanno a sciogliersi poi in un effettivo happy ending.

Astraendo ancora di più, che è quello che c’interessa fare qui, mi pare che il discorso sia abbastanza patente: oggi l’arte, qualunque forma d’arte, non si costituisce affatto come opera rappresentativa al suo pubblico. Oggi l’arte è frastagliata e ombelicale più che mai, mi pare, e avalla ostinatamente tutti i timori, le ansie e le turpitudini celate dentro il sangue e i nervi di ciascuno. E, soprattutto, sempre di più, oggi l’arte è un’arte senza storyboard.

Intendiamoci, il mio non vuol essere un giudizio di merito, bensì una mera constatazione. Ho appena dichiarato piena adesione alla non fiction (se vogliamo ritornare sulle categorie più abusate) e non la rinnego di certo, qui.

Non si può vivere di lieto fine, questo è un dato di fatto. Sarebbe puro infingimento retorico, peraltro inutile. Però, certo, quando capita…

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