Il trionfo di Sherwood Anderson

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C’è chi riesce a salvarsi accettando le contraddizioni della propria situazione e chi da quelle contraddizioni verrà lacerato.

Così Daniele Suardi introduce Il trionfo dell’uovo, la celebre raccolta di racconti di Sherwood Anderson, pubblicata per la prima volta nel 1921 e ora, finalmente, tradotta e disponibile in Italia, grazie alla Piano B Edizioni.

E dalla contraddizione, esattamente, si parte e si arriva, allo stesso tempo, nella lettura vibrante e solo all’apparenza dissociata dei quindici ottimi racconti del libro, con un’ iniziale noterella autorale, che è una canzone non canzone, potremmo definirla così, una sorta di epigrafe non programmatica in cui si denuncia espressamente l’incapacità che hanno in nuce le storie di essere comunicate, o almeno, di essere comunicate secondo i crismi canonici imposti dalle cosiddette leggi della narrazione (scritta).

Le storie sono persone sedute sui gradini della porta d’ingresso della mia immaginazione.

scrive Sherwood

Fuori fa freddo e loro stanno lì sedute, aspettano.

Io le guardo dalla finestra.

Primo dato, dunque: l’incomunicabilità. La parola è vista, perciò, come una lastra di vetro, che permette ancora un contatto visivo fra le vetuste categorie del sé e dell’altro da sé, ma continua lo stesso a frapporsi, ostinatamente, al più fortunato incontro fra queste due solide, distinte entità. E sono proprio queste stesse entità ad essere messe in discussione, finalmente: il sé e l’alterità, l’uomo e il mondo, il soggetto scrivente e la sacra oggettività che ne dovrebbe risultare giudicata, raccontata, spiegata.

È proprio questa l’impossibilità che Anderson denuncia, allora, in tutta la sua opera: l’assurda pretesa della spiegazione. Meglio, l’assurda pretesa della scissione, asfittica e programmatica, del dentro e del fuori, del concreto e dell’apparente, dell’irreale e del sintomatico che sempre si celano nella sublime arte del racconto.

Sherwood Anderson, ben noto maestro dell’american dream, sceglie di improntare così la sua narrazione sulle corde modulari dell’espressività, della parola, dei suoni. E per farlo ha bisogno di partire necessariamente, come dicevamo, dal suo valore oppositivo, ossia dal silenzio.

Il primo dei quindici racconti, infatti, s’intitola, e non poteva essere altrimenti, in questa rovesciata ottica del grottesco: Il Muto.

Inizia così:

C’è una storia. – Non posso raccontarla. – Non ho le parole. Ormai l’ho quasi dimenticata, ma a volte la ricordo ancora.

 

E così finisce:

Perché non mi sono state date le parole? Perché sono muto?

Ho una bellissima storia da raccontare ma non so come farlo.

Se prima, dunque, l’autore sembrava quasi rassegnato, annoiato, stanco di imbattersi in qualsivoglia tentativo di comunicare, ecco che poi, da ultimo, o quasi subito, invero (dacché il raccontino è in effetti assai breve, solo due pagine) si svela tanto potentemente tutta la sorda disperazione del silenzio e l’ineffabile pulsione umana all’esprimersi, all’andare verso.

Un andare, tuttavia, per niente scevro dalla folle fatica della verbalizzazione, già  insita nell’atto stesso del dispiegamento, per quella che ancora si presume essere un’entità fisica e ragionativa singola, autonoma, per così dire performante.

In un altro racconto, allora, Semi:

Esiste una chiara sfumatura nella voce umana dalla quale si può percepire la vera stanchezza. Scaturisce dopo che si è tentato con tutta l’anima e tutto il cuore di cercare la propria strada attraverso un complesso flusso di pensieri. Tutto a un tratto ci si scopre incapaci di andare avanti. Qualcosa s’inceppa dentro. C’è come una minuscola deflagrazione. Poi si esplode in parole e discorsi, molto spesso senza senso. Piccole correnti laterali della propria natura che non si conoscevano adesso sgorgano fuori e si sfogano. È in quei momenti che si scoppia e volano parole grosse – che ci si rende ridicoli, insomma.

Altro flusso di coscienza, altro movimento peristaltico del pensiero, altro moto vibratile dell’inflessione vocale: si passa, perciò, dalla costrizione del silenzio all’imbarazzo delle parole abbozzate, fino al sussulto dello svelamento verbale. Disambiguarsi e disambiguare, lasciar scorrere fattivamente la parola, che si inebri di senso materiale, che s’innalzi e rigonfi fino addirittura al grido, allo strepito, al rigurgito ridicolo e pericoloso. Pericoloso, si badi, proprio perché tende a mettere in discussione quell’unicità, o meglio, quell’unitarietà di corpo e mente, di atto e parola, che si pretenderebbe caratteristica peculiare dell’uomo in pieno possesso di sé (e del sé).

E qui, torniamo su un altro tema, parecchio caro al nostro Anderson, ossia: il grottesco.

Ognuno […] si gettava su una delle verità e se ne impadroniva; alcuni, molto forti, arrivavano a possederne una dozzina contemporaneamente. Erano le verità che trasformavano la gente in caricature grottesche.

Questo dice Sherwood già in Winesburg, Ohio, ripubblicato da Einaudi nel 2011 e considerato dalla critica il suo autentico capolavoro.

E anche qui, ne Il trionfo dell’uovo, lo svelamento parodizzato dell’essere umano, coi suoi bisogni, i suoi desideri e soprattutto coi suoi più disarmonici fallimenti, si traduce tutto attraverso un uso viscerale e preciso del linguaggio, inteso nelle sue più rifratte determinazioni, semantiche e semiotiche.

Molto interessante, ad esempio, l’uso che Anderson fa proprio della tempistica del narrare. E del narrare quel particolarissimo movimento d’attesa che è proprio degli spazi e dei corpi, soprattutto quando vengono colti nel loro contesto più familiare.

Così concluderei, rimandando alla lettura del racconto che spiega il titolo dell’intera raccolta, L’Uovo appunto, una sorta di intima parabola mediatica, ovviamente straniante e paradossale, che costituisce un ennesimo brillante tentativo di decostruzione e ricostruzione della parola, della percezione del mondo e della ricerca di un qualche furtivo senso dell’esistere:

Mi svegliai all’alba e guardai a lungo l’uovo abbandonato sul tavolo. Mi chiesi perché esistessero le uova e perché dall’uovo nascesse la gallina che di nuovo depone l’uovo. Questa domanda mi entrò dentro. È rimasta lì, credo, perché sono il figlio di mio padre. Comunque il problema resta irrisolto nella mia testa. e questo, concludo, non è nient’altro se non un’altra prova del trionfo finale e completo dell’uovo – almeno per quanto riguarda la mia famiglia.

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